© 2005-2016 Piero Sampiero TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

'Io stesso sono un anarchico ma di un tipo diverso'

Mahatma Gandhi

lunedì 22 settembre 2008

Tutto è bubbola?



Il dilemma non è nuovo.

Il mio blog non è proprio recente e quindi posso parlare con cognizione di causa.

Dovrei indispettirmi quando le mie opininioni sono clonate o parafrasate, riconoscendo corrette ed appropriate, adeguate e congrue, almeno implicitamente, le mie osservazioni?
No.
Mi prendo la soddisfazione di vedere confermate le mie intuizioni e tanto mi basta.
Non ho intenzione di apparire ed esserci a tutti costi.

Le rassegne, le passerelle, gli show li lascio agli altri, ai narcisisti di professione, convinto come sono che le esibizioni servono a poco.
Tanto rumor per nulla si potrebbe dire, riecheggiando il titolo di un'opera di Shakespeare.
A proposito del quale, en passant, udite udite, si dice che fosse cattolico, ma non potesse dichiarare liberamente la sua fede, per paura delle ritorsioni del potere.
E'incredibile come il mondo, mutatis mutandis, non cambi sostanzialmente mai.

Sarà vero?

C'è da dubitare di tutto.

La mia fortuna consiste nel fatto che, con l'esperienza e il trascorrere degli anni, mi vado convincendo quanto sia vana l'esistenza e la ricerca dell'assoluto, secondo i criteri impartiti dalla scienza o dalla filosofia, ad uno sguardo non miope, ad occhi che vogliano vedere lontano e spaziare su piani diversi, regioni inesplorate, accogliere nuove prospettive, abbandonando l'abitudine e la pigrizia.

Credevo, di essere il centro dell'universo e niente è più ingannevole dell'universo.
Quando si ritiene di averlo compreso, sfugge di mano come sabbia.
Non si riesce a trattenere neppure un granello della vita e quando ci si rende conto di essere solo un pulviscolo dell'infinito, vagante nell'atmosfera in cerca di posarsi in qualche punto immoto, ecco che tutto il resto, quanto è fondato sull'apparanza di sé e la presunzione del proprio io è solo una grande, avvolgente ed ingannevole, bubbola.

sabato 20 settembre 2008

Lettera a Marcello Veneziani


"La guerra delle parole"
Caro Veneziani,
Lei si è indignato con Gianfranco Fini, indicandolo come un voltagabbana, che non rappresenta più la destra per il proclama steso alla festa di Azione Giovani e lo ha fatto con un rovente articolo apparso su Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri.


Sull'analisi dell'evento non sono d'accordo e spiego perché.


Purtroppo l'area moderata ha perso, da tempo, quella che Mario Tedeschi definiva "la guerra delle parole" ed, oggi, Fini non fa che adeguarsi: antifascista è sinonimo di democratico, mentre ancora anticomunista è sinonimo di fascista.
E' bastato che Alemanno distinguesse tra razzismo e fascismo o che il neo-Ministro della difesa ricordasse tutti i caduti della guerra civile e no, perché si scatenasse il putiferio sulla stampa ed i media di regime, nonostante la stragrande maggioranza degl'italiani sia perfettamente convinta che "la destra" non ha nulla da spartire con il ventennio mussoliniano, vera autobiografia della storia.
E allora che deve fare un "povero Presidente della camera", il quale, neppure anagraficamente, può essere definito "fascista", se non proclamarsi "antifascista", indicando la nuova strada a tutta Allenza nazionale, compresi i suoi giovani militanti?


Duole rilevare, sempre per la sconfitta, sul piano propagandistico, del centrodestra, che il Partito democratico "non ha passato le acque" e non ha necessità di proclamarsi "anticomunista", per essere legittimato a governare e può tranquillamente allearsi, addirittura, con gli eredi dichiarati del comunismo e del marxleninismo.


Speriamo soltanto nel lavoro degli storici autentici ed in una riforma della Costituzione, fin troppo viziata dai tabù dei cnl, per ristabilire, in futuro, un maggior equilibrio antitotalitario ed il rispetto della verità.


Certo, un atteggiamento meno conformista, per affermare il rispetto dei princìpi liberaldemocratici da parte di un leader della destra moderata e libertaria, conservatrice o tradizionalista che sia, sarebbe stato auspicabile.


Ma, come don Abbondio, se uno il coraggio non ce l'ha...


Auspichiamo piuttosto un "gramscismo" di segno opposto a quello praticato finora, con successo, dai vetero-comunisti e loro discendenti, grazie al prolungato monopolio dell'industria culturale, con il nuovo "Popolo delle libertà", al servizio della democrazia sostanziale, della libera circolazione delle idee e del sapere non inquinato da ideologismi.


Ed auguriamoci, anche, con l'aiuto di "Libero", di mettere al bando i troppo zelanti neofiti, replicanti e cortigiani, di casa nostra, pronti a genuflettersi, pur di non perdere la poltrona, o le prebende, di fronte a qualsiasi potente, grande o piccolo che sia.

venerdì 19 settembre 2008

Van Gogh e il Giappone






Silente geisha un filo d'erba sente soffio del vento.

Nel primo volume "Sugli orienti del pensiero", l'autrice, l'illustre estetologa, Grazia Marchianò, descrive "la natura illuminata" e cita, nell'indicare i rapporti tra l'artista e l'oggetto da rappresentare, il pittore folle Van Gogh, il quale soffermava la sua attenzione sul filo d'erba, per giungere poi alla comprensione della vita e dell'universo intero, secondo l'insegnamento religioso - estetico del Giappone, che concepisce l'esistenza dell'uomo come parte della natura.


Colpisce come un artista definito pazzo possa aver espresso un'idea talmente profonda, da inserirsi a pieno titolo nella larga messe di riflessioni filosofiche e dottrinarie, che caratterizzano la comprensione della speculazione intellettuale orientale.

Erasmo aveva scritto un "elogio" di questa stravagante deriva della mente, la quale, attraverso "la dissennatezza", poteva giungere ad esiti di tutto riguardo, per l'intuizione della verità.
Mi pare che il genio di Van Gogh testimoni appieno questo percorso.

Ecco il brano illuminante del pittore, tratto da una lettera del 1888 diretta al fratello Theo:

Studiando l'arte giapponese, si vede un uomo, indiscutibilmente saggio,filosofo e intelligente, che passa il suo tempo a far che?A studiare la distanza tra la terra e la luna? No.A studiare la politica di Bismarck? No.A studiare un unico filo d'erba. Ma quest'unico filo d'erba lo induce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni e le grandi vie del paesaggio e infine gli animali e poi la figura umana.Così passa la sua vita e la sua vita è troppo breve per arrivare a tutto.Ma insomma non è una vera religione quella che c'insegnano questi giapponesi così semplici e che vivono in mezzo alla natura come se fossero essi stessi dei fiori?

domenica 14 settembre 2008

BlogFest e lobby








Alla "BlogFest" di Riva del Garda se ne vedono di tutti colori.
Il Potere non può fare ameno d'ignorare il fenomeno globale dei blog e quindi deve, in qualche modo, attestare la propria attenzione verso un fenomeno non facilmente controllabile e dominabile, sebbene la tendenza all'omologazione si faccia strada anche in questo settore, grazie all'istinto gregario, latente in molti blogger, il quale porta all'aggregazione ed al lobbismo, alle nuove corporazioni, ai gruppi di pressione, al condizionamento psicologico ed al soft mobbing , in grado di orientare idee e comportamenti, mettendoli, se possibile, al servizio dell'establishment, nel quale ha spazio rilevantissimo il monopolio telematico.
Franco Bernabè, a similitudine di Obama al congresso del partito democratico negli USA, si presenta a Riva del Garda e graziosamente concede se stesso, la visibilità del suo gruppo, a partecipare al dibattito, rispondendo alle domande di alcuni interlocutori pre - selezionati tra i presenti all'evento, ed esprimere così il volto moderno, accattivante della sua società, già apprezzata, nel tempo, per significative ragioni di eterodossia, manifestata, in campo nazionale ed internazionale, nei settori piu sotterranei della politica e dell'economia.
E che succede?

Vorremmo sbagliare, ma l'impressione è che i qualificatissimi rappresentanti dei succitati coagulatori di blog, quelli che, a loro volta, tramite solidarietà pelose ed arruffianamenti istituzionali, si pongono riverenti e paghi al di cotanto personaggio, quasi fosse un Obama all'amatriciana, ovvero un'altra madonna apparsa nella città trentina come capitò ai fedeli salmodianti o a quelli in pectore, a Civitavecchia o a Medugorie.

"Grazie Franco, benvenuto tra noi, sei grande e democratico, e non faremo nulla per cambiare te ed il grande fratello, del quale sei legittimo erede con la tua inimitabile società per azioni", sembrano ripetere, da soli o in coro, tanti fieri campioni d'anticonformismo parolaio e bloggarolo.

Meditiamo su quest'aspetto dei meeting organizzati da rampanti opinionisti del web, più o meno in buona fede, con legami sottili con la grande stampa, i media, la telefonia mobile e fissa, i cosiddetti "poteri forti" e cerchiamo di sottrarci al richiamo del branco.

Domandiamoci quanti affari si fanno a Riva del Garda e quanta autentica voglia di libertà ci sia tra questi nuovi santoni, che si fanno in quattro per accogliere, con smodati inchini, i potenti piccoli e grandi, del nostro stravagante paese, magari rendendosi disponibili, con la loro riverenza, ad accettare di corsa un posto, che assicuri loro non solo il biblico piatto di lenticchie, ma anche pane, companatico, dessert e benefit vari, sempre pronti a contestare con licenza delli superiori.
A loro, blogger o no, ripetiamo uomini siate e non pecore matte.

martedì 2 settembre 2008

Tucci ed il buddhismo


Una volta era privilegio di pochi definirsi buddhisti. Una certa ritrosia condizionava la scelta di dichiararsi di una religione diversa dalla cattolica, anche tra le personalità di rango.
Oggi c'è per fortuna maggiore libertà di culto e non culto.
In compenso è aumentata la confusione.
Quando uno studioso come Tucci (stando a quanto riferiscono i suoi allievi) affermava di essere diventato buddhista per seguirne la dottrina etica, in quanto, in questo modo, era tutto “più semplice e si sentiva più libero”, in realtà non indicava una via spirituale, una speculazione profonda del pensiero, ma un’opzione tra le varie morali.
Ora, da un personaggio di tale levatura, che ha fatto conoscere in Occidente, fra l’altro, il Tibet ed il suo spirito religioso, conducendo ricerche benemerite e dirigendo l’Istituto per L’Asia e l’Africa, uno strumento di collaborazione ed amicizia, oltre che di affinamento di conoscenze culturali tra l’Italia e l’Oriente, ci si sarebbe aspettato di più nei riguardi di lettori ed ammiratori, i quali, conservando ampia libertà di condividere idee, giudizi, valutazioni, si attendono peraltro contributi di valore scientifico, più che la descrizione di episodi legati ad esperienze personali, da mantenere, più correttamente, in un ambito riservato, in quanto nulla aggiungono al patrimonio intellettuale ereditato dal Maestro.
Ma tant'é.
Non bisognerebbe confondere la vita privata con quella pubblica, proprio per non dare adito ad equivoci, ambiguità, distorsioni.
Ed invece spesso s'intersecano i due aspetti e si dà luogo ad un quadro non propriamente compiuto del soggetto, né dei risultati acquisiti dalla sua operosa attività, con il rischio di sminuirne il valore e l’immagine per rendere noti piccoli eventi, cronachette di scarso rilievoo aneddoti comunque legati ad aspetti particolari della sua vita e personalità, più adatti a chiacchiericci da salotto che non a panorami estesi o alte vette di montagna, cioè i luoghi preferiti dell’autore.
Ancora oggi, c'à chi interpreta il buddhismo come una raccolta di norme comportamentali, sostanzialmente svincolato da una visione religiosa e chi lo vive come ideale mistico.
Senza considerare che per molti seguaci occidentali è una sorta di via consolataria ai mali delle società progredite economicamente od anche un'attrattiva intellettuale o perfino una moda.
Non penso, comunque, per chiunque segua, con intima convinzione, le regole del buddhismo, anche soltanto come insegnamento morale, sia senza ostacoli e difficoltà applicarne i precetti.
La semplicità in questo campo non
esiste.

venerdì 29 agosto 2008

Delicatezza


E' un termine scarsamente utilizzato quando si parla di rapporti umani, ormai.
Ci sono uomini e donne delicati, riferendosi ad una certa qualità d'animo.
Ma se ne parla sommessamente, quasi ad indicare una parola compromettente o poco corretta.
Naturalmente a tutti può capitare di essere, a volte, poco delicati, nei confronti dell'altro o degli altri.
La dote, frutto dell'educazione, della sensibilità maturata nel tempo, ma anche di attitudine spontanea, ha poco a che fare con la cultura.
Anzi spesso sono le persone definite colte ad esserne sprovviste, quando il senso di sé prevale su tutto il resto e si pensa di possedere la verità.
Quando si commettono errori di valutazione e comportamento, esse non se ne avvedono o non se ne danno conto, reputando che siano gli altri a doversi emendare.
Se si è delicati, si è scrupolosi e, prima o dopo, ci si accorge di aver sbagliato e si cerca di rimediare.
Altrimenti, l'indelicatezza non si nota neppure.

domenica 24 agosto 2008

I nostalgici dell'ancien regime



Non è facile vedere riuniti tanti personaggi illustri come è accaduto a "Cortina incontra" per dibattere un tema importante come la democrazia.
Chi avrebbe pensato di sentire alcuni professori universitari e politologi molto noti come Fisichella e Pasquino, Passigli e Panebianco, moderati da un ex ministro come Cirino-Pomicino, detto Geronimo, sotto la guida dell'ineffabile Enrico Cisnetto, uno degli organizzatori di tal genere di appuntamenti culturali nella degna cornice della celebre località turistica?
E' accaduto ed ha messo in luce come per la maggior parte di questi convenuti illustri e benemeriti, ormai, lo sguardo debba rimanere fisso al passato, come stagione quasi pefetta, per esprimere classi dirigenti insuperate, in confronto all'attuale mediocrità della classe al potere attualmente in Italia.
Non abbiamo né il tempo né la voglia di approfondire gli argomenti piuttosto banali, esposti dai cattedratici e dall'ex ministro, ma abbiamo notato che, ad eccezione di Panebianco, essi sono semplicemente dei nostalgici della prima Repubblica, caduta sotto i colpi di "mani pulite", nate, non per caso, dalla corruzione generalizzata di quasi tutti i partiti al potere a quel tempo.
Piangere il morto non era proprio il caso, anche se per gl'intervenuti c'era un motivo d'orgoglio personale a non voler accettare la situazione presente, caratterizzata da una società politica in movimento, dopo la distruzione delle ideologie e dei partiti del passato.
Avevano per lo più perso il cadreghino di onorevole o senatore alle ultime elezioni.

giovedì 21 agosto 2008

I grandi spiriti




Se non andiamo errati era Niccolò Machiavelli che la sera, al termine della sua giornata di lavoro, smessi i panni della fatica, s'intratteneva in piacevole colloquio con qualche grande spirito dell'antichità, per rinnovare ed arricchire il proprio animo, immerso fin troppo nelle dure tempeste della politica e nelle inevitabili compromissioni delle relazioni interpersonali, nelle ore precedenti.
Ma tutti capiscono la differenza tra un dialogo in latino con Tito Livio, ancora possibile al tempo dello scrittore fiorentino e quello che a noi post-moderni è dato intraprendere pur con i mezzi tecnologici avanzati, messi a disposizione del progresso, come TV o Internet.
Provate ad entrare in contatto con i mostri contemporanei del giornalismo o della letteratura o del mondo universitario, anche soltanto assistendo in diretta a "Cortina Incontra"e vi accorgerete subito che i dialoghi non sono più possibili.
Prendete un qualsiasi guru contemporaneo e fatelo parlare con altri tre o quattro suoi colleghi, con l'inframmezzo di qualche giornalista à la page e l'incantesimo di quel nome, celebre e saggio, svanirà.
Questi maestri, benché contemporanei, sono universalmente riconosciuti come formatori dell'opinione pubblica, lucidi interpreti del mondo e degli avvenimenti più importanti, ma a Cortina non sono più gli stessi.
Sarà la diretta, il clima vacanziero, il bagno nella piccola folla convenuta sotto il tendone estivo stile meeting riminese, ma dalla parola scritta alla performance in pubblico, da giganti si trasformano in pigmei.
E' una sorta di cartina di tornasole il dibattito organizzato su temi di grande importanza politica o culturale da Enrico Cisnetto.
E il più delle volte, se non tutte, i grandi spiriti del nostro tempo si fanno catturare dalla vanagloria, dal narcisimo, dalla volontà di potenza nel senso più deteriore del termine, e si atteggiano e parlano come dei assisi nell'Olimpo.
Ma il palco dove si siedono non è la sede divina, ci sono piccole poltrone, che al termine dello spettacolo vengono portate via in tutta fretta, lasciando vuoto il tavolato.
Gli ospiti ne escono sminuiti, ridotti ad una materia troppo umana ed effimera, e le loro parole si perdono nel vuoto, tanto sono prevedibili e banali.
La rassegna di luoghi comuni cui danno luogo, senza creare spazio ad un pensiero originale, ma solo ad autocitazioni e ad autoreferenzialità sfacciata, generano reazioni di ripulsa e noia, se non di commiserazione.
E' come guardare dal buco della serratura le debolezze ed i difetti che la kermesse scatena impunemente, e la gente si rende conto di quanto piccoli siano questi spiritelli.
Altro che Tito Livio. Solo fuochi fatui che fanno constatare la povertà intellettuale ed umana delle nostre classi dirigenti
.

mercoledì 20 agosto 2008

La Via







Aiutato dalla brezza marina la sera leggo alcune pagine del Tao.
E' un'utile lettura estiva, perchè richiama alla mente le distinzioni tra l'effimero ed il permanente.
Mi sono imbattuto in queste frasi che invitano alla riflessione ed alla ricerca di una risposta alla domanda finale.
Le trascrivo perché alla ricerca della strada, o via, siamo un po' tutti e un po' tutti vorremmo conoscere quella che va seguita.

Ecco il brano del Tao:


"La via che può essere espressa differisce dalla via perenne"

"La via è che è vera via non è una via costante"

Questo indica il Tao per domandare: " se la via perenne è la vera via, la vera via come può essere insieme costante ed
incostante?"

mercoledì 13 agosto 2008

Una domanda al Premier ed al Ministro Brunetta


A "Cortina Incontri", in occasione della presentazione della "Deriva", Il giornalista Gian Antonio Stella esponeva il caso Tirrenia: la società di navigazione perde 73.000 euro a dipendente.
Insomma, un altro disastro, come Alitalia. Se n'è parlato in passato, non è una novità.
Il Presidente di dette linee di navigazione, Franco Pecorini, è alla guida del gruppo da 24 anni, 24.
E' passato indenne sotto la prima e la seconda repubblica, godendo del favore di tutti i governi di qualsiasi colore.Ora, mentre si tenta di eliminare il deficit pubblico, non si sa nulla delle cure che il governo intende intraprendere nei confronti di un soggetto economico, divenuto con gli anni un potentato, che spende disinvoltamente il denaro dei contribuenti senz'aver mai, dico mai, garantito un servizio efficiente per gli utenti.
Si domandava Stella e noi lo chiediamo, come cittadini, al Premier ed al Ministro Brunetta: come mai il Signor Presidente della "Tirrenia", responsabile o corresponsabile dello sfacelo della compagnia di navigazione, è stato riconfermato nella carica per ulteriori tre anni ?

Il fiore



Cogli questo piccolo fiore e prendilo. 
 

 
Non indugiare! Temo che esso appassisca e cada nella polvere.
 
 Non so se potrà trovare posto nella tua ghirlanda ma onoralo con la carezza pietosa della tua mano - e coglilo. 

 Temo che il giorno finisca prima del mio risveglio e passi l'ora dell'offerta. 


 Anche se il colore è pallido e tenue è il suo profumo serviti di questo fiore finché c'è tempo - e coglilo.  
 
  
(Tagore)  

domenica 10 agosto 2008

Alexander Solgenitsyn






La scomparsa di Solgenitsyn lascia un vuoto immenso nella cultura internazionale. 
Nonostante il silenzio avvolgesse ormai la sua figura, da quando rientrato dall'America aveva trovato nella Russia di Putin una nuova collocazione politica, a sostegno del nazionalismo e del ritorno alla tradizione religiosa ortodossa, in antitesi con le teorie economiciste e materialiste, sia marxiste che capitaliste, rappresentava comunque un simbolo per milioni di europei, che si erano ritrovati privati di tutte le libertà sotto la dominazione sovietica, fino al crollo del muro di Berlino. 

Superfluo dire che i suoi libri avevano alimentato la resistenza contro il regime e le testimonianze raccolte con Arcipelago Gulag costituivano un atto d'accusa inesorabile contro il comunismo al potere.

Ad 89 anni la sua perdita lascia un solco tracciato, per quanti si oppongono al pensiero unico e globalizzante e pensano ad alternative da affrontare dialetticamente, per trovare soluzioni adeguate ai tempi contraddittori, che il mondo sta vivendo.

Le smisurate ricchezze, le povertà abissali, le dittature sanguinarie, il materialismo, l'anelito verso il trascendente. Tutti questi temi non hanno trovato analisi e soluzioni adeguate con nessuna delle ideologie del secolo scorso.

Il monito lanciato dallo scrittore contro i pericoli derivanti dalla omologazione, dalla scomparsa delle identità nazionali, anche ammantato da una visione ingenua e semplificatrice di un nuovo imperialismo russo, come balaurdo per la difesa dell'uomo cristiano antico, servirà a far riflettere sulla necessità di non accogliere passivamente il cosiddetto progresso economico indefinitamente inteso.

Onore a Solgenitsyn ed al suo coraggio di intellettuale controcorrente.


mercoledì 6 agosto 2008

Protesti chi vuole


Avevamo ammirato la presa di posizione di Sarkozy e la sua intenzione di non essere presente all'inaugurazione dei giochi olimpici.

Poi, anche Lui è riuscito, con una giravolta, ad allinearsi e, tutti insieme, i paesi, cosidetti liberi dell'Occidente, saranno in mostra, in nome della fratellanza dello sport.


Quale fratellanza e quale sport?


Pura ipocrisia. I giochi sono un grosso affare economico e politico, checché ne dica il nostro comitato olimpico.


Si pensa veramente che la Cina si sia attrezzata per le Olimpiadi di Pechino in omaggio allo sport o per affermare di fronte al mondo la propria immagine di superpotenza mondiale in ascesa?

Andiamo. Ci vorrebbero meno sepolcri imbiancati e un po' più di coraggio nell'affrontare la verità, anche in ambito sportivo, dove un esame di coscienza serio ed approfondito proprio non guasterebbe, visti i casi atleti dopati, che anche da noi affiorano troppo frequentemente.


Forse qualcuno dei leader, invitati all'inaugurazione, accennerà timidamente ad un ma e ad un se, a favore del martoriato Tibet, un piccolo accenno, come un minuetto, per non perdere la faccia di fronte al proprio paese, ma poi tutto finirà in una bolla di sapone.


La Cina, comunque, avrà vinto e continuerà a dominare sui popoli oppressi oggi come ieri.
Ci vuole ben altro che un dito alzato all'ultimo momento per cambiare la politica di una potenza imperiale.
Ancora una volta sarà confermato l'antico detto, secondo cui C'èst l'argent qui fait la guerre.

Se anche il Presidente della Repubblica francese, oltre a Bush, saranno sul palco, che cosa potevamo permetterci noi, che vediamo contraffatti i pomodorini di Pachino dai cinesi ? qualcuno dirà.

Ed infatti.
Tutti c'inchiniamo, per ossequio alla realpolitik, come d'altronde fecero tutti alle Olimpiadi svoltesi in Germania in pieno regime nazista.
In fila perfetta.
Pechino 2008 vale Berlino del 1936.
Le coscienze dell'Occidente sono sopite, anzi sono in coma profondo.
E' bastato osservare com' è stata commemorata la scomparsa di Solgenitsyn in America ed in Europa per rendersene conto.

Un personaggio scomodo, che in maniera anche cruda ha saputo indicare i mali della nostra civiltà, in nome della tradizione religiosa dell'antica madre Russia, è solo una cattiva coscienza da tacitare in fretta.

Quello scrittore era diventato pazzo, insinueranno i bravi democratici...

Ma chi crede di essere questo vecchio paranoico, che osa - dopo esservisi rifugiato - criticare la nazione americana, ritenendola asservita all'economicismo, ponendola sullo stesso piano di assenza spirituale dell'antagonista sovietica, schiava del materialismo ateo?

E volete che gli Stati, dove vige un regime di libertà, s'impegnino a lottare per il Dalai Lama ed il Tibet, colonizzato da oltre un cinquantennio, dove si consuma un genocidio quotidiano?

Scherziamo?

Protesti chi vuole e che la Storia faccia il suo corso.

sabato 2 agosto 2008

Coup de théatre







Il Sindaco di Capo d'Orlando, Comune siciliano in provincia di Messina, non ha trovato di meglio, per rinfrescare le serate dei suoi concittadini, che procedere a colpi di piccone alla demolizione della targa di una piazza, dedicata a Garibaldi.

I motivi sono stati esposti alla piccola folla di convenuti, davanti alla televisione ed hanno trovato l'approvazione del presidente del movimento autonomista Raffaele Lombardo, che avrebbe in mente la secessione dell'isola, dopo aver contribuito alla vittoria del centro-destra.

Ora, per chi abbia avuto la ventura di conoscere un po' la Sicilia ed i siciliani, è noto che una delle qualità di quel popolo è la grande capacità di recitare.
Lo diciamo, asetticamente, perché abbiamo un profondo legame affettivo con la terra di Sciascia, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre che di Pirandello ed apprezziamo molti siciliani onesti e patrioti, veri aristocratici, generosi e splendidi amici.

Quella del primo cittadino del piccolo centro del messinese è una perfetta interpretazione, che forse porterà qualche quattrino in più nelle casse comunali visto il consenso del Governatore della Regione.

Prendersela con lo Stato unitario e con Garibaldi in fondo non costa nulla, non comporta nessun rischio nell'italia sfilacciata di oggi, neppure una denuncia per danneggiamento e, magari consente di non tagliare spese inutili, come il Governo nazionale cerca di fare per rimediare, in qualche modo, al pauroso deficit di bilancio.

Perché, vedete, molto spesso, dietro questi gesti clamorosi (si fa per dire) c'è un interesse economico, legato ai piccioli.
Non abbiamo prove dirette, ma siccome l'aria che tira in Trinacria è quasi sempre quella, è molto probabile che la protesta si risolverà con l'allentamento del cordone della borsa.

Ora, però quel meraviglia di più in questo teatro dei pupi, è l'atteggiamento di Raffaele Lombardo, il quale ha facile gioco, nascondendosi dietro due spesse lenti nere, a non far capire a noi che cosa vuole esattamente con il suo editto separatista, a margine dell'atto di vandalismo.

Vuole ricongiungersi, per caso, all'America e alla grande mafia statunitense, come ai tempi del secondo dopoguerra o, magari, vorrebbe essere annesso alla Libia di Gheddafi?

E' convinto veramente che con la separazione dall'Italia, ritornerà la Magna Grecia o magari Federico II?

Che cosa si è messo in testa il Bossi del sud ?
Che la sua isola può produrre ricchezza e posti di lavoro, togliendosi il giogo di Roma?

Perchè non va avedere quanto denaro pubblico è stato dilapidato in Sicilia, grazie alle provvidenze statali e quanto guadagnano i dipendenti regionali, produttivi a giorni alterni, e poi vedrà che margini d'investimento rimangono per l'autonomia e lo sviluppo economico con le sole forze dell'isola.

Insomma, ci dica che pesce è Raffaele lombardo: si tolga lenti affumicate, che ricordano troppo le caricature del padrino e ci guardi negli occhi e parli chiaro: è un tonno, uno squalo, una gallinella, un gigione o un delfino?

Nel frattempo mediti sulla frase che Peppino Garibaldi pronunciò, affacciandosi davanti alla folla acclamante dei romani, ai tempi del triumvirato: Italiani siate seri!
Siciliani siate seri!

mercoledì 30 luglio 2008

Mondo Fluttuante






Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io chiamo ukiyo


Scriveva nel 1662 Asai Ryoi i nei suoi "Racconti del mondo fluttuante" (Ukiyo monogatari).


A Milano nel 2004, in una mostra a Palazzo Reale venne ricordato lo scrittore e l'epoca di transizione, che lui viveva nel segno dell'impermanenza.
Concetto valido anche in Occidente.
Ne parlò Marc'Aurelio nei suoi Ricordi. E fu un tema della scuola stoica.

Questi versi di Asai Ryoi si adattano al clima di questi anni e la loro lettura è rasserenante per gli animi inquieti.





lunedì 28 luglio 2008

Giovannino




Riprendo un commento e cito da http://epistolae.mobitype.com/


Da ' Vita con Gio' ' di Giovannino Guareschi, pagg. 85-86:


"È puro umorismo dire che, siccome il problema dell' educazione dei giovani interessa la collettività, bisogna risolverlo collettivamente potenziando e finanziando i gruppi di giovani e lasciando a questi gruppi l' educazione dei ragazzi, mentre i genitori riuniti a loro volta in gruppi discutono sul modo migliore di educare i figli attraverso i gruppi. 'Onora il padre e la madre'. Per me il problema dell' educazione dei giovani è tutto lì: impostato e risolto [...] I primi a onorare il padre e la madre debbono essere il padre e la madre. Così come i primi a rispettare i vecchi debbono essere i vecchi. La vegliarda che si addobba, si pittura e scodinzola come una giovanetta e il vecchio bacucco che bamboleggia come un ragazzino mancano di rispetto alla vecchiaia e non possono poi pretendere che i giovani li rispettino. Il padre e la madre devono rendersi onorevoli, comportandosi, cioè, in modo tale d' aver diritto alla stima e al rispetto dei figli. E, per ottenere questo, bisogna innanzitutto comportarsi nel modo opposto a quello consigliato dal sociologo: non rinunciare alle responsabilità e alla coscienza personali creando delle fasulle responsabilità e coscienza collettive. E comportarsi da genitori perchè i figli non vogliono un padre-amico ma un padre-padre e una madre-madre. Ma è troppo faticoso e difficile insegnare ai figli l' onestà comportandosi onestamente. È più facile scrivere ai giornali e alla televisione scaricando l' onere dell' educazione dei figli sulla collettività, sullo Stato e sulle organizzazioni varie. Non esiste un problema dei figli, ma il problema dei genitori."




Una citazione che mi fa ricordare un tempo lontano.
Il 22 luglio del 1968.Il giorno in cui Guareschi mancò, se ne accorsero per caso.
Lui era inginocchiato alla sponda del letto, come se pregasse.


Forse pregava veramente, prima di declinare il capo per sempre, ad insaputa di tutti.Lui che non credeva nelle vitamine, ma aveva una fede incrollabile in Dio, in un attimo se andò, svolazzando le ali come uno dei suoi angeli disegnati in punta di matita.


Lasciava attonite alcune generazioni di lettori che, per miracolo, da dieci che erano, al tempo della nascita del fogliaccio, denominato "Candido", si moltiplicavano incessantemente, nonostante l'evoluzione del costumi.


Certo, erano pur sempre una minoranza, attenta alle gesta di Don Camillo alle prese con i figli della contestazione e convinta che Giovannino l'avrebbe spuntata con i suoi articoli e pamplets perfino con Pasolini.


Un film , "La rabbia", segnava l'ingresso del "baffo" nella contesa con i cinematografari impegnati nella lotta contro la tradizione.


La mia infanzia intellettuale rammentava la fine del settimanale decretata dal commendator Rizzoli, a causa degl'infortuni giornalistici di un galantuomo-scrittore, gli anni di volontaria galera, e le ulteriori vicissitudini legate all'avvento del progressismo catto-comunista (con cui gli editori dovevano fare i conti).


Guareschi non si fermò. Dopo il "suo" settimanale continuò a scrivere su un altro periodico, che lo accolse fraternamente, permettendogli di vivere un'altra stagione di libertà fino alla morte.


"Il borghese" di Tedeschi gli assicurò, fino alla fine, il massimo spazio di espressione, consentendo ai suoi "aficionados" di leggerlo ancora con gli ultimi libri, che parevano scritti per onorare più i suoi impegni di gentiluomo con il pubblico, che per sopravvivere in un'atmosfera ormai irrespirabile.


La sua perdita repentina ad un'età ancora tutto sommato giovane era un segno della sua stanchezza, di fronte al cumulo di macerie creato dal cosiddetto progresso.

Dopo la scomparsa, autorevoli e ormai dimenticati commentatori si arrischiarono nell'impresa di dimostrare che i suoi volumi, tradotti anche in cinese, non valevano nulla: poco più che carta straccia prodotta da uno stravagante personaggio della bassa padana, che aveva avuto "fortuna" nel raccontare favole per adulti, ma di cui si sarebbe persa la traccia nel giro di qualche anno.
Avevano la puzza sotto il naso i maestri del giornalismo nostrano, fatte salve le poche eccezioni, che preferirono far finta di nulla, di fronte alla canea insofferente dell'intellighenzia italica.
Vittorio Gorresio chi lo ha in mente oggi?
Eppure era un "columnist" della "Stampa", il giornale del capitalismo aperto al nuovo ed ai finanziamenti statali per la Fiat, che tuonava contro la produzione "pseudo-letteraria" di Giovannino, ritenendolo indegno di qualsiasi citazione colta.
E poi tanti altri più o meno noti, da Jemolo ad Eco, etc.etc.etc.
Ma, nel centenario della nascita, che si celebra quest'anno, il nostro autore ancora si fa apprezzare, al di là delle mode e dei gusti letterari, mentre gli altri, i denigratori, non si sa bene, al presente, che cosa possano rappresentare, se non un'epoca in disfacimento, che annega nel mare del nulla.
Lui è stato un testimone del suo tempo, con i piedi ben piantati per terra, a difendere il suo piccolo grande, mondo, esempio magnifico della nostra civiltà contadina.Il suo umorismo e la sua fede incrollabile nei princìpi "eterni" sono un fiore all'occhiello della letteratura del novecento.Giovannino resta un "ingenuo" nel senso latino del termine.


Forse l'ultimo "ingenuus"dei nostri scrittori.

domenica 27 luglio 2008

L'Inno Nazionale


Con il suo gestaccio rivolto contro l'inno nazionale, Bossi non ha fatto gl'interessi della lega e come Ministro avrebbe dovuto tacere sull'argomento.


Sul piano musicale non si può dargli torto.


Nonostante l'ultimo restyling di Muti, l'inno è accettabile solo come simbolo.
Mi viene da ridere, però, pensando a quanto, qualche anno fa, scrisse Piero Buscaroli, scrittore e musicologo, polemista di razza ed eminente erudito, quando, riferendosi al periodo oscuro di tangentopoli, suggerì di sostituire l'Inno di Mameli con l'ouverture de "La gazza ladra"di Rossini.


Ottimo suggerimento fu, per altro verso, quello dell'emerito Presidente Cossiga, che propose di tornare all'"Inno Sardo", sicuramente più appropriato (musicalmente e storicamente) per sottolineare l'unità nazionale e molto più significativo di quello attuale per rappresentare l'Italia nel consesso internazionale.


Chissà.

venerdì 25 luglio 2008

Gao Xingjian ed i nodi della vita






Il premio nobel 2000 per la letteratura è stata una scoperta recente, grazie ad un'intervista curata da Giuseppe Conte sul Giornale.




Le parole di Gao Xingjian si succedevano con ritmo armonico ed i concetti si dipanavano con una logica compiuta ed irreprensibile. Il suo pensiero veniva esposto con un linguaggio piano e scorrevole ed era di una chiarezza esemplare.




Le stesse qualità le riscontro nella lettura di un romanzo scritto dopo il conferimento del premio.




Una prosa semplice in un'ottima traduzione induce a concentrarsi sulla storia autobiografica de Il libro di un uomo solo, sul quale incombe la persecuzione subita dal regime maoista, dipanandosi, per altri versi, tra storie d'amore, un elegante erotismo ed i molti interrogativi sull'esistenza.




In genere gli accenni politici non sono gradevoli per chi cerca un significato estetico nella letteratura, l'arte svincolata dagl'ideologismi.




Per troppo tempo abbiamo letto romanzi dove il tema ideologico prevaleva su tutto e conduceva a risultati modesti o inutili dal punto di vista strettamente letterario.




Ma qui, si avverte l'angoscia del vivere sotto la pressione quotidiana in un clima inquisitorio, poliziesco, razzista con i tanti tranelli tesi, ad ogni pie' sospinto, per accertare la disciplina e l'obbedienza al partito e alla rivoluzione culturale: la persecuzione è diretta a sradicare l'uomo dalla propria famiglia, dai ricordi e le abitudini, le tradizioni antecendenti l'avvento del comunismo.




Appare evidente, in questo caso, la trasfigurazione della lotta personale e politica contro il reazionario Gao nel dramma individuale e collettivo dell'oppressione e della sofferenza, nel rischio persistente della perdita della libertà e dello stesso dono della vita.




Le figure femminili che accompagnano le peripezie del protagonista paiono lenire la sua tragedia soggettiva, accendendo lumi di speranza per il riscatto dalla schiavitù, per relazioni umane, libere da paure e condizionamenti, dove i sentimenti abbiano diritto di esistere pienamente e riacquistino la forza di rendere stabili i legami del cuore.




Un crocevia di emozioni, un labirinto di memorie e dolori, grandi afflati ed aspettative per capire il mondo: un compito difficile, se non improbabile, animato da un desiderio indefinito di spiritualità, che induce l'autore ad affermare problematicamente:...Questa vita è come una rete che tu pensi, maglia dopo maglia, di sciogliere nodo dopo nodo, ma, di fatto, non fai altro che un unico groviglio di nodi, la vita, questo stupido ammasso, tu non hai proprio modo di scioglierlo.

mercoledì 23 luglio 2008

Un saluto a Laura

Laura ha un blog dal titolo accattivante, Epistolae, pubblicato da Monotype ( sul quale per ora mi è difficile commentare). Questo il link:




Le sue osservazioni sono puntuali, pertinenti, intelligenti e spiccano nel panorama banale offerto dai molti blogger blateranti che invadono il web.


Devo esser grato al Giornal Blog di Giordano Bruno Guerri per averla incontrata.


Oggi voglio ringraziarla per le cortesi parole riservate a questa pagina e ricambiare con sincerità i complimenti per quello che scrive.


Rara avis.


E' un piacere sapere che esistono ancora donne colte ed eleganti nel modo di comunicare ed esprimere pensieri profondi.


Un cordialissimo saluto a Laura con i migliori auguri per le sue delicate e significative epistolae.


martedì 22 luglio 2008

Io premio, tu premi:noi ci premiamo !







Qualche tempo addietro il mio amico Mouscardin tirò fuori un post dal titolo emblematico:"Non voglio più caramelle !"

In esso si stigmatizzava la brutta abitudine di molti blogger di fare della propria pagina una specie di salotto, in cui la maggiore occupazione era quella di bere un tè e mangiucchiare pasticcini fino alla nausea.

La parola d'ordine era ed è, visto che la situazione permane, arruffianarsi.

Per carità, il fair-play e la gentilezza sono la regola, ma se riduciamo la nostra pagina ad un caramellificio o ad una pasticceria, dove si esibiscono baci (finti) di cioccolata, è finita.

Adesso sta prendendo piede un'altra pessima abitudine: quella di premiarsi.

Anche in internet, come nella società civile, c'è una folla immensa e straripante di frustrati (non frustati; magari fossero frustati, ogni tanto, certi fastidiosi personaggi, colmi della propria presunzione...), i quali, per passare il tempo, coniano qualche logo con scritte del tipo "Premio per il miglior blog della terra", convinti che sia come il premio Nobel.

Poi, non paghi, questi tristi figuri passano all'azione:contattano qualche sicario o sicofante o complice da bettola e indìcono le
elezioni fra una decina di compari, col sistema della catena di S. Antonio.

Infine si votano. Tra loro.

E tutti insieme, in cordata, esibiscono il trofeo del più bello tra i blog possibili.Come se fosse tutto vero.

Una meschinità assoluta.
Ed una presa per i fondelli per i poveri ingenui, che vanno a leggere ed immediatamente cadono in una tremenda confusione mentale, perché
vedono che tutti i blog della cosca hanno il premio.

Ma allora, scusate non era meglio starsene tranquilli e continuare a farsi complimenti (falsi) reciproci, con lo scambio di dolciumi virtuali, in cui la nausea e la monotonia la facevano da padrone, ma se non altro il gioco era scoperto?

Con lo spreco di energie, derivante
dal voto di scambio l'unico risultato palpabile è l'aumento di anidride carbonica nell'aria e quindi dell'inquinamento.

Per reagire a questo andazzo idiota,
non lascerò neppure un punto esclamativo sui blog dove campeggia il logo della menzogna di un premio:

una visione aggiornata e cretina della manzoniana colonna infame.

sabato 19 luglio 2008

Se anche Bush fa il babbione






Divorzia.
Anche lui, il Presidente duro e puro, il secondo cow- boy dell'America contemporanea, dopo Reagan (il quale però si tenne stretta fino alla fine la sua Nancy), molla la moglie per la Rice, negretta volitiva e sculettante, tutto pepe e voli all'estero, è finita.

Il mito della Provincia americana, con la sua Chiesa Battista, i figli incolonnati dietro mammà continuamente sorridente, per confermare la felicità casalinga, avviticchiata al marito da mane a sera, festività comprese, comincia ad appannarsi, ci sono forti dubbi che l'impero a stelle e strisce non possa declinare, come accadde nella storia per altri colossi, a cominciare da quello romano.

Non siamo tra quelli che pensano al matrimonio come caposaldo della civiltà.

Anzi riteniamo che divorziare sia spesso un bene per l'umanità, oltre che per se stessi ed i figli, ma sono i Capi di Stato che destano perplessità quando cominciano a comportarsi come divetti superficiali.

Riteniamo che le grandi nazioni sono state tali, perchè erano guidate (in democrazia o no poco importa) da grandi uomini all'altezza delle situazioni che i tempi imponevano, interessati più alle questioni politiche ed istituzionali ed alla salvaguardia dell'assetto sociale dei popoli loro affidati, piuttosto che alle beghe familiari e alle avventure extraconiugali, da mettere in piazza magari come piccoli borghesucci o politicanti da strapazzo, di cui pare oggi i parlamenti di mezzo mondo son pieni.

Non che queste faccende non accadano ai personaggi di spicco, ma essi sanno che i panni sporchi si lavano a casa e meno ciance si fanno in materia di sesso od affari sentimentali ed è meglio per tutti, durante e dopo il ruolo ricoperto.

Non c'è altra strada che la discrezione la riservatezza la menzogna pubblica, per assicurare al proprio paese il decoro e con esso la saldezza del Governo nel susseguirsi delle generazioni.

Bush, con tutti i suoi difetti, pareva assicurare un certo stile. Mai ci saremmo aspettati che, alla fine del mandato, facesse strillare radio, giornali e televisioni sulla conclusione del suo matrimonio, come se la recita fosse finita e, calato il sipario sulla sua attività di statista, potesse correre come un qualsiasi manager in pensione tra le braccia della sua assistente, saltellando di qua e di là
per annunciare che finalmente era libero di fare, come tutti gli altri, la figura del babbione.
O tempora o mores!

mercoledì 16 luglio 2008

Che pensare?



I casi di Eluana e di altre povere creature, grandi e piccole, colpite da malattie gravi, inesplicabili, difficili o impossibili da curare, richiamano alla coscienza il problema del male nell'esistenza e nel mondo.
Che pensare?
La logica non dà risposte che abbiano un senso compiuto. la mente umana non è capace di dare risposte plausibili.

C'è chi dice di accettare la realtà così com'è, perché intanto è impossibile cambiarla. Anzi suggerisce di collegare il cosmo al microcosmo individuale per proiettare la vita nell'universo dove l'io è un punto impercettibile, senza seguito, destinato a perdersi nel grande Sé.

Per l'uomo occidentale è una strada faticosa, abituato al dualismo e alla separazione tra anima e corpo,l' immanente e il trascendente, quella di superare le distinzioni e l'individualità, la persona.

Certo, in una prospettiva in cui ognuno di noi è solo una molecola del grande oceano dell'assoluto, anche la sofferenza acquista una dimensione diversa, relativa, di minore importanza.

Ma quando si vive accanto al dramma e alla tragedia di un familiare o un amico o comunque di un altro essere umano, che suscita empatia, come si fa a convincersi che tutto fa parte della natura, immutabile nelle sue leggi eterne, dove il piccolo puntino, il singolo conta quanto un granello di sabbia?

Che pensare allora per chi non è capace di abbandonare una concezione, in cui ogni soggetto ha un valore seppure transitorio e che ognuno di noi può passare a soffrire, da un momento all'altro, un evento imprevedibile r problematico, una situazione in cui il dolore dell'essere appare senza giustificazioni logiche?

La risposta più opportuna forse è non pensare. Rassegnarsi a non capire.Anche se ciò può non significare necessariamente rinunciare a cercare.

giovedì 10 luglio 2008

Alè Ilva Bella !





Pare che l'antico nome dell'isola de La Maddalena fosse Ilva.



Non si sa che credito attribuire a questa ipotesi, che si perde nella notte dei tempi. E' certo però che la Polisportiva Ilva (o Ilvarsenal) vide la luce agl'inizi del 1900 e acquisì grande fama in breve tempo, trattandosi di uno dei pochi sodalizi attivi, in campo regionale ed interregionale, forse alla pari con la squadra del Cagliari, la capitale.




Lo sport è un sintomo di vitalità, un'espressione di civiltà consolidata, di buona consapevolezza comunitaria e non si può negare che la Città di La Maddalena, pur nella sua breve storia, essendo ufficialmente nata intorno al 1798 come presidio della Regia Marina Sarda, ai tempi della Rivoluzione francese, di meriti mondani ne acquistò a sufficienza, grazie alla sua posizione geo-politica, al centro del Mediterraneo.






Oggetto di attenzioni da parte della stessa Convenzione e del giovane Napoleone, prima, dei Savoia dopo e di Nelson nella drammatica lotta per il predominio sui mari della magnifica Inghilterra, e via via, fino a Garibaldi e al Duce del fascismo.




Una serie di personaggi che, in un modo o nell'altro, hanno dato l'imprinting ad un arcipelago fra i più belli e conosciuti al mondo, sempre a contatto con gente di diversa provenienza, sia come piazzaforte militare fin dalla prima guerra mondiale, sia in quanto sede prestigiosa (e proficua per il benessere economico locale) della Marina militare ( la quale - in occasione della sconfitta del luogotenente Bonaparte da parte del nocchiero indigeno Domenico Millelire, si appuntò la prima medaglia d'oro al valore) ed infine quale meta, a ragione, decantata di una delle migliori località del turismo internazionale, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, tanto per le bellezze naturalistiche, quanto per una una delle più prestiose scuole di vela d'Europa, il Centro Velico di Caprera.




Dopo la lunga parentesi americana, inaugurata, quasi alla chetichella, dal Presidente Andreotti e chiusa clamorosamente circa un paio d'anni orsono, senza valide alternative alla dismissione di un'economia garantita dallo Stato ed integrata moderatamente da flussi estivi di turisti pendolari o d'élites, la speranza della ripresa economica e del progresso socialmente utile, a detta del Governatore della Sardegna, doveva proprio consistere nella prossima riunione del G8, con il quale, realizzando alcune rimarchevoli opere al servizio della manifestazione, si sarebbe creato un nuovo volano per il suo rilancio turistico internazionale sevendosi altresì di una gestione oculata e produttiva deil grande patrimonio di beni del demanio pubblico.



Dalla cantieristica al servizio dei maxi yacht ad efficienti infrastrutture per il diporto nautico compatibili con la presenza del Parco Nazionale dell'Arcipelago, ora ridotto ai minimi termini di credibilità, grazie al clientelismo dei politici di tutti i colori (e buon da ultimo dal verde Pecoraro-Scanio), da trasformare finalmente in un Ente managerale di effettiva tutela ambientale.




Ora è arrivata la doccia fredda da parte del Cav. Berlusconi, il quale mette in dubbio la celerità dei lavori per il meeting dei grandi della terra, da realizzarsi entro il luglio 2009.




Dal Giappone, ha avvertito, infatti, il Premier che, se l'attuazione dei progetti continuerà ad andare a rilento, c'è un'alternativa pronta nel cassetto del Governo, per assicurare un'altra sede degna e funzionale al prossimo G8.






Come la prenderanno i cittadini del Comune sardo-corso non è facile dirlo.



Un mix di supponenza e d'innato scetticismo, il senso britannico del distacco, dell'autosufficienza nel proprio splendido isolamento, fanno ritenere che la popolazione reagirà, probabilmente, con la solita indifferenza (o apatia?), che ha contrassegnato, per un paio di secoli, il suo carattere, fatti salvi gli avvenimenti eccezionali in grado di muovere all'entusiamo la folla.






Se ne ricordano alcuni in particolare: Il decesso di Giuseppe Garibaldi, la visita ufficiale del principe Umberto di Savoia, prima della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d'America, quella del Ministro Ferrari-Aggradi (discendente da una delle famiglie anticamente dimoranti nell'isola), nel periodo antecedente il boom economico dell'Italia, l'elezione di Mario Segni , prima, e di Giuseppe Cossiga (diuturno amico dell'arcipelago maddalenino), a Presidente della Repubblica, la visita ufficiale del Capo dello Stato del tempo, Giuseppe Saragat.






Ma forse nessun altro evento ebbe a scuotere la tipica flemma degl'isolani, se non la promozione nella serie più alta del girone regionale della grande Ilva, la squadra di calcio più antica e benemerita (è bene ricordare che il secondo dopoguerra vide nascere la nuova compagine de "La Maddalena", a riscossa dei ceti proletari, che avevano il loro punto di forza nei nuclei operai dell' Arsenale militare e dei lavoratori del prezioso granito delle cave presenti nel lato sud-occidentale del territorio comunale).






Per giorni interi si festeggio' la vittoria dei calciatori bianco-celesti (i colori dell'associazione sportiva), sempre sostenuti con passione dall'intera popolazione.






Non si sa se l'ostinato Soru (giovanile campeggiatore di Caprera), ed il pur dinamico Bertolaso riusciranno a pungolare a tal punto Sindaco, Giunta e comunità locale, suscitando lo stesso tifo del tempo andato, per giungere con puntualità al traguardo dei lavori finiti.






Ce lo auguriamo per la Città del Leone di Caprera, che non merita di decadere.




Alè, Alè, Ilva Bella!