giovedì 5 aprile 2012
Reazionario ed eversivo ?
Caro Prof Cardini,
in un recente editoriale, assai interessante ed articolato, nel quale Ella analizza la funzione dello storico e la interpretazione della storia, secondo coordinate filosofiche e religiose, dandoci una magistrale lezione civile, pone il finale quesito se sia possibile, sul piano intellettuale ed operativo, essere, al tempo stesso reazionari ed eversivi, ed anche nihilisti e provvidenzialisti insieme, sfidando in questa singolare tenzone chiunque voglia contraddirla od argomentare in senso contrario al suo.
Il principale protagonista di questa, apparente o no, ma singolare posizione è naturalmente Lei, un maestro di dialettica, un uomo di vastissima e profonda cultura, il quale da tempo ormai ha il pervicace interesse a comporre tra loro tesi contrastanti o antitetiche in una visione del mondo definibile, se mi consente, semplicemente ossimorica.
Mi guardo bene dall’avversare la sua tesi, essendo abituato alle sue fruttifere speculazioni, cambi di campo di battaglia, opinioni anticonformiste, tese ad abbattere gli idola contemporanei, a distruggere i più insulsi luoghi comuni, a difendere le retrovie del sapere senza aggettivi, libere dalle malefiche ideologie novecentesche, per lanciarsi in ammirevoli attacchi donchisciotteschi contro i vincitori di eri e di oggi, nel segno di ideali verdeggianti di giustizia, senso del sacro e solidarietà umana, riscatto dei poveri e dei deboli.
Mi ha peraltro, allo stesso tempo, indignato ed attratto la Sua interlocuzione nel recente incontro tra il Papa e Fidel Castro, il quale, forse afflitto da potenti sensi di colpa dopo il fallimento del proprio disegno politico, chiede consigli a Benedetto XVI sui libri da leggere, durante il percorso che gli resta ancora da compiere fino all’aldilà, e la Sua più che benevola interpretazione, in termini di parabola evangelica, del celebre libro di uno scrittore laico come Hemingway, a lungo frequentatore appassionato di Cuba e dei cubani, intitolato ''Il vecchio ed il mare'', apologo dell’invincibilità di alcuni uomini, dotati di forza e di carattere, da ritenersi comunque vincitori nonostante le sconfitte, grazie al loro invitto impegno e la indefettibile coerenza con le proprie idee, nel corso della loro esistenza.
In linea di principio come non concordare?
Nelle vicende umane, magari familiari, alla luce della storia, o di personali ricordi, ci è dato constatare che uomini di carattere, dalla personalità esemplare, nonostante debolezze, difetti, vizi ed errori, sono ascesi comunque nell’olimpo dei valorosi, pur essendo sconosciuti ai più, magari gente di umile origine, come il pescatore immortalato dal grande Ernst.
Ma sul piano politico, siamo proprio sicuri che l’equazione abbia la stessa valenza, lo stesso significato?
Mi consenta di dubitare fortemente dell’assioma (avvincente ma fasullo) che cristianesimo e marxismo (nelle sue varie salse) possano equivalersi e risultare alla fine due facce della stessa medaglia contro il comune nemico liberal liberista ed individualista.
E’ una tesi che non da oggi nelle sue polemiche antiamericane non mi ha mai convinto del tutto.
Io ho sempre pensato con umiltà che il cristianesimo, a coronamento della civiltà greco-romana, fosse l’apoteosi della persona umana, considerata nella sua individualità, e che le battaglie della chiesa contro lo strapotere dello stato anteponessero proprio il singolo alla forza spesso ingiustificata del potere.
Non ho mai creduto che libertà individuale e bene comune fossero confliggenti ed ho reputato lo spirito giacobino, figlio del terrore rivoluzionario, il padre delle violenze sanguinose, che hanno imbrattato di vergogna e contraddistinto le malvagie ideologie del secolo scorso, considerando i cittadini solo dei numeri di fronte alla idolatrica supremazia della nomenklatura o della politica.
Ci sono affinità e parentele innegabili tra cristianesimo e liberalismo, di cui Ella non pare voler assolutamente tener conto: letteratura scientifica, teorie economiche, saggi di filosofi e studi di teologi indirizzano verso un giudizio diverso dal Suo, troppo consenziente verso le posizioni cosiddette post-comuniste, autoassolventesi da tutti gli orrori del passato, nel segno della supposte idealità contenute nella pura dottrina.
Perché ammantare di nobiltà presunte (e tutte da verificare) le azioni politiche delittuose, ignare della supremazia dell’uomo, del singolo componente della comunità, dell’individuo, del cittadino, di ciascun membro della società civile, deliberatamente sottoposto al volere e agli abusi del Leviatano?
In nome di tragiche utopie, di fanatismi dissennati, non è stato annientato il senso del sacro e con esso il rispetto per le persone, ridotte ad insetti e calpestate nella loro dignità, soppresse della vita stessa?
Caro Prof, mi chiedo se non sarebbe il caso di riflettere più a fondo su questi temi cruciali, prima di distribuire generosamente patenti di valore a quanti sono stati irriducibili nemici della libertà individuale e collettiva?
Essere reazionari ed eversivi o nihilisti e provvidenzialisti, probabilmente, è un falso dilemma di fronte alla complessità dell' universo e ai valori a cui riferirsi nel proprio cammino umano.Ma il problema della tirannia sotto i vari regimi totalitari, nelle false democrazie, nella dittatura della maggioranza o del pensiero unico, rimarrà fondamentale nelle scelte di ognuno di noi.
Scriveva saggiamente E. Junger e le sue parole suonano profetiche e restano pietre miliari all'esclusivo servizio della verità:
” Ecco perché i tiranni hanno paura. Possono ridurre all'obbedienza milioni di uomini, ma non quell'uno che in sé ha ridotto in schiavitù la morte. Egli ristabilisce la dignità dell'uomo.”
mercoledì 4 aprile 2012
Piero Buscaroli 'monstrum'
Leggere Piero Buscaroli nel suo ultimo libro ‘’Dalla parte dei vinti’’ (Mondadori ed., 2010, 27 euro) è come addentrarsi in un’enciclopedia vivente.
Intanto si comincia in punta di piedi a centellinare parola per parola, per poi inoltrarsi nella narrazione con timore reverenziale per l’approccio a temi e concetti profondi, dal risvolto classico: una prosa avvincente, ineffabile, profetica, aurea.
Ha la compostezza, la ricchezza di linguaggio, la cura e la raffinatezza di un signore rinascimentale, che apprezza e condivide tutti i campi del sapere, nel rappresentare luoghi di conoscenza frequentati con inimitabile sprezzatura ed acutezza d’intelletto, il frutto succulento di studi, educazione, dimestichezza con il bello acquisita fin dall’infanzia.
La scrittura togata ed affascinante, al tempo stesso, ne fa uno degli ultimi valenti, poliedrici, poligrafi del novecento.
Le frasi s’incastonano nei capitelli della storia come fregi di rara eleganza e scandiscono il distacco dalle generazioni successive, irrimediabilmente precipitate nella banalità della massificazione.
Cacciari, filosofo e suo parente, uno dei più vivaci intellettuali non conformisti del nostro tempo, segna la distanza tra due epoche: a seguire le descrizioni dell’austero autore del cennato libro, interprete e commentatore degli anni della seconda guerra mondiale e di quella fratricida del nostro paese, protagonista lucido e critico implacabile dei turbolenti eventi post-bellici e della decadenza dell’Europa, il barbuto ex sindaco di Venezia, pur con la sua passione per la geo-politica, fa la figura di un alunno indisciplinato e poco diligente, un po’ superficiale e monello.
Guai ad azzardare paragoni con chicchessia.
Nessuno può eguagliare Buscaroli per erudizione e vastità di esperienze, scienza e saggezza impervia, onestà e la chiarezza di idee ed l’ intrepido caratteraccio: egli non si discute, è semplicemente un monstrum, a cui inchinarsi con deferenza ed ammirazione e rispettoso ossequio.
martedì 27 marzo 2012
Orazio cantore della dignità umana
Quinto Orazio Flacco è ancora il nostro maestro: sappiamo che questo grande autore classico mise in prima linea la libertà dell’uomo.la sua celebre frase carpe diem racchiude una profonda saggezza: carpere significa esercitare un elegante gusto per il piacere non esclusivamente materale e diem indica tutta la limitatezza della natura della persona, la sua fragilità nella temporalità del vivere, nella precarietà dell’esistenza.
Sfidare il fuggire del tempo ed avere il coraggio della morte, conquistando l’intensità ed il valore dell’attimo che scorre.
Dum loquimur, fugerit invida aetas…
martedì 20 marzo 2012
Benigni e l' anniversario dell'Unità d'Italia
E' stato un bel colpo di teatro quello del Quirinale, adatto ai tempi che viviamo.
Se non altro Benigni incarna il cambiamento ideologico della piazza per così dire nazional- popolare, quella che, imbevuta di cultura post marxista e gramsciana, ha scoperto a modo suo la patria.
Un revirement considerato impossibile fino a pochi anni orsono e realizzabile solo grazie all'elezione di un comunista doc come Napolitano.
Non so se ci si debba rallegrare o sghignazzare alla vista di un comico,il quale dopo aver recitato Dante davanti a milioni di telespettatori, ignorando la natura profondamente reazionaria ed imperialista del Poeta, ha voluto celebrare il Pantheon del nostro risorgimento, espungendolo da richiami monarchici e cavouriani.
Limitiamoci a guardare lo spettacolo,considerandolo come un passo obbligato per incorniciare il minimalismo politico ed etico del regime partitocratico, durante il quale sono andati ad ingrossare l'esercito dei politicanti- comici quasi tutti i rappresentanti del popolo, saldamente incollati alle loro poltrone dal dopoguerra ad oggi.
mercoledì 21 settembre 2011
I covili
«E tali “rifugi contro l’inclemenza del tempo” paiono essere verosimilmente quei “covili d’uomini” ricavati dalle selve e contrapposti da Giambattista Vico alle “selve delle città”, alle città divenute selvagge, sì che appunto gli uomini che tali “covili” abitano vengono qualificati come selvaggi, come “omini salvatici”, “uomini dei boschi” — insieme abitanti della selva e “coloro che si salvano” —, dagli abitanti delle città inselvatichite”»
Giovanni Cantoni
Giovanni Cantoni
lunedì 19 settembre 2011
'I trucchi USA non fermano la Bufera'
Gli espedienti ai quali Sec e Tesoro degli Stati Uniti si sono votati confermano che giovedì scorso la situazione dei mercati non era più soltanto seria, era disperata. Eppure quanti su tanti giornali spiegano la crisi paiono volersene dimenticare a memoria. E per un rimbalzo da borse alla cinese, ovvero finte, hanno ceduto troppo all’euforia. Mentre invece gli espedienti tentati restano per molti versi discutibili, e forse di precaria efficacia. Del resto tant’è: questo è il pressappochismo sortito da anni in cui si sono stampati più dollari che tappi di Coca-Cola. Per carità tralascio di citare che cosa tanti economisti hanno scritto fino all’altro ieri. Lasciamo stare; vediamo invece quali rischi di incoerenza e quanti margini di inefficacia vi siano nel gesto americano.
Bastasse davvero solo di vietare le vendite allo scoperto per risolvere le crisi finanziarie saremmo tutti a posto: neppure ci sarebbe stata la Grande Crisi degli Anni Trenta. Pure Hoover, 31° presidente degli Stati Uniti, era ossessionato dalle vendite al ribasso, che giudicava complotti. Finì nel ridicolo, perse le elezioni. Fa bene dunque McCain a non voler ripetere i suoi errori, e a chiedere la rimozione di Cox, presidente del Sec. Anni fa la Securities and Exchange Commission permise di alzare il livello di debito delle banche ora fallite, esagerando il rialzo. Per decreto ora invece blocca la principale delle scommesse al ribasso, con un atto che resta dubitabile. Infatti i short selling bloccati, lasciando gonfiati i vari valori finanziari, possono aggravarne il tracollo al loro sblocco. Inoltre vietando vendite allo scoperto si tampona la crisi, ma s’inaridisce una fonte di liquidità: in una situazione già illiquida si chiude uno dei canali di ricopertura. Vari titoli poi, come quelli sulle carte di credito, ne sono pericolosamente esclusi. Infine il divieto è di molto complicato dall’esistenza d’altri generi di scommesse al ribasso scambiate tra investitori direttamente, non in Borsa. Insomma questo mercato truccato di una Wall Street evoluta Shanghai, coi suoi corsi manipolati dallo Stato, tampona forse la crisi, ma non è detto la risolva.
C’è poco da fare: il ritorno alla salute richiede prima o poi inevitabile una distruzione vera di valori fittizi. E perciò anche l’altra misura, quella di creare un fondo mostruoso del Tesoro, in cui infilare mutui e crediti cartaccia, è disputabile nei suoi effetti. Dovrebbe acquisire a prezzi scontati valori enormi, mai prima pensati, tali da elevare di un sol colpo del 5% il debito Usa. E però in tal maniera si rischia pure il congelamento di valori fittizi, ovvero non remunerabili: l’esito giapponese degli anni ’90. I dubbi non finiscono: quanti abusi si verificheranno nella stima dei prezzi ai quali questa cartaccia sarà comprata coi soldi dei contribuenti. A prezzarli non sarà infatti un mercato che si è sospeso. Insomma siamo alla commedia di un liberismo finto, usato per speculare al rialzo, ma che si sospende al ribasso, e di una globalizzazione che allora è stata solo una americanizzazione. Diviene lecito a chiunque, temo, chiamare truffa, gli imbrogli di borsa per via dei quali gli Usa si sono mantenuti almeno dalla presidenza Clinton in un livello di consumi innaturali. E con che esito alla fine? Mercati finanziari americani sotto tutela dello Stato; alla cinese. Appunto alla comunista: coi guadagni incassati poi da pochi, ma pagati da tutti. Von Hayek, i liberisti veri, predicavano ben altro: di mai stampare moneta in eccesso. Il contrario di quanto s’è purtroppo, e troppo a lungo, plaudito per anni.
Geminello Alvi, 22.09.2008 'Il Giornale'
domenica 4 settembre 2011
Giulietto 'il giulivo'
L'apologia della delazione fiscale del ministro e il suo sarcasmo nell'affermare che s'incrementeranno rapine e sequestri a danno dei più ricchi sono una ben misera autodifesa.
Dietro il sorrisino di autosufficienza del giulivo Giulietto nazionale, Colbert in sedicesimo, si nasconde molta insicurezza sulle sorti sue e del governo.
Quelli destinati a pagare più tasse sono ancora i ceti medio- piccoli; e le società di comodo saranno sempre un rebus , senza una seria riforma fiscale.
Insomma siamo al battage pubblicitario per nascondere una grave ed irreparabile impotenza a riformare il sistema e a superare la demagogia.
Dietro il sorrisino di autosufficienza del giulivo Giulietto nazionale, Colbert in sedicesimo, si nasconde molta insicurezza sulle sorti sue e del governo.
Quelli destinati a pagare più tasse sono ancora i ceti medio- piccoli; e le società di comodo saranno sempre un rebus , senza una seria riforma fiscale.
Insomma siamo al battage pubblicitario per nascondere una grave ed irreparabile impotenza a riformare il sistema e a superare la demagogia.
sabato 3 settembre 2011
L' arroganza dei servi del potere
L’insensibilità per il bello non si concilia con un minimo di autocritica ed autoironia e si accompagna spesso alla totale mancanza d’intelligenza. Noi non accettiamo la politica politicante, per la quale nutriamo il massimo disgusto ed infine un’assoluta indifferenza.
Chi ha paura della bella donna?
Chi ha paura della bella donna?
Domanda difficile.
Ormai la pornografia dilaga e la volgarità ha superato ogni limite, ma forse, proprio per questo, è censurabile pubblicare l’immagine di una bella donna così come iddio la creò.
In Internet vedete tutte le brutture possibili ed immaginabili e paiono acqua fresca, ma se vi azzardate a pubblicare una foto innocente, che ritrae una donna nuda ed attraente per come la natura la conserva tra i profumi di rosa e le mille meravigie del mondo, salta all’occhio del censore l’anomalia e scatta il riflesso condizionato che il bello non va.
E’ troppo stridente con i gusti massificati, modellati da bemn altri esempi dal cinema, i giornali e la televisione.
Ora, volete dirmi che cosa di meglio si può offrire dell’immagine di questa donna alla vista pura del’uomo normale, che voglia sottolineare le sagge parole di Henry Miller sull’erotismo quando scrive:
‘Il sesso e’ una delle nove ragioni per la reincarnazione; le altre otto sono senza importanza’.
La prima ragione la ricordino i custodi del cattivo gusto è proprio lei: la bella donna.
[La foto è tratta da ''Figurines''- Ippophot ]
lunedì 29 agosto 2011
L'oroscopo
Ho un rapporto semi - conflittuale con i segni zodiacali e con l'oroscopo.
Fondamentalmente sono incredulo, ma a volte subisco qualche suggestione particolare, che m'induce a ricredermi.
Per esempio i miei occasionali incontri con persone appartenenti alla categoria dello Scorpione hanno avuto esisti disastrosi sotto ogni profilo ed in maniera inequivocabile.
Sono bastati pochi giorni, se non attimi, a rendermi consapevole della totale incompatibilità di carattere con gli esemplari di quella specie , specialmente se di sesso femminile.
E'quindi del tutto inutile ormai che io mi attardi con costoro per verificare se con l'accicendarsi delle costellazioni qualcosa sia cambiato nelle possibili relazioni.
Non voglio apparire un narcisista definendo ottimi, fin dalla più tenera età, i rendez-vous con gli amici e le amiche del Toro, a mio avviso tra i più fausti del disegno celeste.
Poiché siamo da pochi giorni nella sfera della Vergine, non posso sottrarmi ad accennare anche alla sua particolare posizione, nell'ambito dei miei interessi sentimentali. Non sono probabilmente del tutto obbiettivo nella valutazione, ma considero assai positivamente gli appartenenti a questo club zodiacale: ne fanno parte familiari e partner che hanno spesso arricchito il mio patrimonio di conoscenze. Essi sono creativi, pieni d'idee ed iniziative, sensibili sul piano degli affetti ed assai vivaci sul piano sentimentale.
Sono lieto ogni volta che ho la fortuna d'imbattermi in qualcuno di loro, avendo la consapevolezza, finora mai smentita, che si tratterà di una liaison amichevole, basata sulla fiducia e l'entusiamo, la stima e l'affetto sincero.
venerdì 26 agosto 2011
L'estate è un carnevale
Non v'è borgo sperduto dell'Italia turistica che rinunci alle sue esibizioni di maschere, magari importate da altri centri. Non mancano le notti bianche con negozianti impegnati a vendere di tutto, né cantanti o gruppi musicali destinati a strimpellare canzoni e canzonette inneggianti all'amore e all'allegria, volenti o no, i malcapitati che si trovano a trascorrere le vacanze in simili osti o i poveri abitanti stupefatti da tanto buonumore forzato in piena crisi globale.
I Comuni esultano spendendo denaro pubblico ed acquisendo il favore dei più sprovveduti fra i cittadini, che hanno bisogno di divertirsi, dimenticando gli affanni quotidiani per un reddito che si assottiglia sempre di più, a causa di un debito in crescita e dell'inflazione, quella sì, in ripresa.
Nessuno si chiede quale giovamento possano trarre le città da tutte queste iniziative da Circo Barnum, volte semmai ad aggravare la situazione economica e non a fornire, magari, servizi importanti per la collettività.
Siamo il paese delle scemenze.
Quando, tanti anni fa, l'Assessore Progressista Nicoliniconiò il termine effimero, per sottolineare la qualità degli interventi a favore della cultura, tutti si chiesero se fosse uno scherzo e se il prefato disinvolto politico romano c'era o ci faceva...
Poi, l'assuefazione allo sperpero, all'assistenza pubblica ad attori, guitti, sperimentatori e quante mai categorie dello spettacolo possano esistere, ebbe la meglio e nessuno si meravigliò più delle follie delle varie amministrazioni locali e regionali, che fecero a gara per buttare al vento i soldi dei contribuenti, in cambio del nulla assoluto.
La scuola di Nicolini era improntata al classico panem et circenses, ovvero alla politica delle brioches della povera regina Maria Antonietta (che, perlomeno, finì sotto la gligliottina), e si diffuse in tutta la nazione a macchia d'olio, divenendo un imperativo categorico per tutti gli amministratori degni di questo nome.
Il guaio più grave è che costoro, pur facendo parte della casta tanto vituperata, continueranno a prendere in giro il popolino e non finiranno mai con le teste mozze.
giovedì 25 agosto 2011
Riscoprire Bukowski
Ho ri- scoperto il maledetto Bukowski, la sua ironia, la sua umanità e la sua intelligenza corrosiva.
Un anti-moderno per eccellenza, un grande testimone del nostro tempo.
Nei riguardi delle donne , mi pare che non ci siano tanti scrittori contemporanei che ne sappiano elogiare la bellezza in tutti i sensi (anche se, a volte, causticamente).
Azzardo pure che Bukowski sia in fondo uno spirito religioso: parla di dio come di un suo compagno di viaggio, pronto a nominarlo nei momenti più impensati e con un sottinteso rispetto. A volte lo implora silenziosamente, sperando che esista e continui a stargli a fianco.
Quel che mi colpisce è la sua inesauribile vena sarcastica, il saper vedere le cose oltre le apparenze ed i luoghi comuni: non c'è nulla che possa fermarlo nelle sue scorribande contro la banalità degli uomini (considerati, non senza pietà, la fogna dell'universo), le abitudini insulse della loro vita quotidiana, il conformismo, il dolore, l'assenza di luce nel loro cammino tra le assurdità dell'esistenza e il gioco perverso del caso.
Quest'umanità imprigionata nelle regole imposte dalla società per garantire una sicurezza, che si ritrova più comodamente in una cella di penitenziario, merita uno sguardo penoso, improperi e disprezzo, ma anche una punta di commozione per i deboli e i diseredati, per i travetdi lavori necessitati dall'istinto di sopravvivenza.
Senza dubbio, un nichilista anarchico, che non ha perso però la capacità di credere nel riscatto, al di là dell'alcool e della degradazione delle megalopoli, della modernità fine a se stessa e del culto del denaro.
Mi ricorda Henry Miller, ma gli aspetti della sua personalità sono molteplici e non si può rassomigliare che a se stesso: un ribelle senza paura, sempre pronto a far esplodere la sua rabbia contro la caduta da un eden forse mai esistito.

Bukowski è un guerriero indiano, che corre incontro alla morte, galoppando nella sconfinata prateria della miseria umana, invocando il sole della rivincita.
sabato 13 agosto 2011
La galassia della crisi
Diventiamo un punto infinitesimale della galassia, un pulviscolo senza passato né avvenire.
Neanche un ammirevole seno di donna riesce a fare il miracolo di riportarci sulla terra.
domenica 24 luglio 2011
Tempus fugit:Un Flaiano a Roma un anno fa...
Ennio Flaiano nasceva a Pescara esattamente cento anni fa: il 5 marzo del 1910. Fu adottato da Roma, dove visse fino alla fine, nel 1972. E domani, venerdì 5 marzo, il Comune lo festeggia con una manifestazione nella Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini, dove, a partire dalle 17, si alternano testimoni, intellettuali, critici e artisti italiani a ricordare lo scrittore, considerato ormai uno dei più grandi del Novecento italiano. Parleranno Lina Wertmuller e Carlo Lizzani, Mauro Canali e Mirella Serri, Paolo Mauri e Alain Elkann, Italo Moscati e Giosetta Fioroni, Raffaele La Capria e Daniele Protti, Giovanni Sedita e Giuseppe Giannotti. Vengono proiettati un video di immagini inedite di Flaiano a cura di Rai Storia e due interviste inedite a Giovanni Russo e a Tonino Guerra. Lino Capolicchio legge alcuni brani tratti dai suoi libri, che hanno quasi sempre la città come protagonista. A cominciare dal celeberrimo «Un marziano a Roma», parabola satirica dove Flaiano immagina che un marziano, sbarcato da un’aeronave a Villa Borghese venga prima accolto con grande solennità e ricevuto perfino dal papa e alla fine fagocitato dalla noia dei romani che lo sbeffeggiano convincendolo a ripartire.
E proprio da quel racconto, poi trasformato in spettacolo teatrale, trae origine il titolo della manifestazione per il centenario, «Un Flaiano a Roma. Centenario di un non-conformista», che prevede, oltre all’intervento di domani in Campidoglio, un omaggio alla casa del Cinema (largo Mastroianni 1), dove dal 5 all’8 marzo verranno proiettati film da lui sceneggiati, come «Villa Borghese» di Gianni Franciolini, «I Vitelloni», «8 e 1/2» e «Il Bidone» di Federico Fellini, «Parigi è sempre Parigi» di Luciano Emmer, «La cagna» di Marco Ferreri, «Fantasmi a Roma» di Antonio Pietrangeli, «La Notte» di Michelangelo Antonioni, «Tempo di uccidere» di Giuliano Montaldo, tratto dal romanzo con cui Flaiano aveva vinto il premio Strega.
Ora si trattava di trovare a questo fotografo un nome esemplare «perché il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio "vivrà"». Non sapevano che inventare. Alla fine aprono a caso «Sulle rive dello Ionio», un libretto di George Gissing (Flaiano lo chiama Gessing), scrittore del tardo periodo vittoriano innamorato della Calabria. «Troviamo un nome prestigioso: "Paparazzo". Il fotografo si chiamerà Paparazzo. Non saprà mai di portare l’onorato nome di un albergatore delle Calabrie, del quale Gessing parla con riconoscenza e con ammirazione. Ma i nomi hanno un loro destino». A settembre la sceneggiatura della «Dolce vita» è pronta. «E cominciano i soliti guai - annota Flaiano - Il produttore rifiuta il film. Ha dato in lettura il copione a quattro o cinque critici che ora ci guardano desolati e scuotono la testa: la storia è scucita, falsa, pessimista, insolente: il pubblico invece vuole un po’ di speranza. "No" diceva Eliot "il pubblico vuole soltanto un po’ di spogliarello, ma quel che conta è ciò che riusciamo a fare alle sue spalle, senza che se ne accorga"».
Lauretta Colonnelli
«Corriere della sera», edizione romana, pagina 15
04 marzo 2010
«Corriere della sera», edizione romana, pagina 15
04 marzo 2010
mercoledì 22 giugno 2011
Citazioni per caso: decadimento
da: it.narkive.com
domenica 22 maggio 2011
Ricordo di Panfilo Gentile
di M. Griffo
Panfilo Gentile nacque a L'Aquila il 28 maggio 1889, primogenito di Vincenzo, avvocato e uomo politico (fu anche presidente della Provincia), e di Giuseppina Giorgi. Dopo la laurea in giurisprudenza non volle seguire la professione paterna e, allievo di G. Del Vecchio, conseguì giovanissimo la libera docenza in filosofia del diritto, tenendo poi liberi corsi di questa materia presso le università di Bologna e di Napoli.
Nel corso del soggiorno bolognese frequentò A. Oriani e si legò di amicizia con M. Missiroli. Socialista di orientamento massimalista, fra il 1911 e il 1913 collaborò all'Unità di G. Salvemini e all'Avanti!.
Fra gli scritti di carattere scientifico di questo primo periodo: Sulla dottrina del contratto sociale. Appunti storico-critici (Bologna 1913), dove, appoggiandosi alle teorie di J.-J. Rousseau, si mostra favorevole a un regime assembleare in cui l'esecutivo sia decisamente subordinato al legislativo; Per una concezione etico-giuridica del socialismo, secondo i principi dell'idealismo critico (ibid. 1913), in cui, seguendo l'interpretazione di G. Gentile, parte dall'assunto che la dottrina marxista sia una coerente filosofia della storia che però non dà fondamento etico al socialismo, inteso "come disegno ideale di giustizia" (p. 93). Di tale fondazione, necessaria per rendere "la visione del socialismo teoricamente più esatta, e praticamente più feconda" (p. 97), il G. rintraccia le origini nel principio kantiano dell'uguale libertà e dignità di ciascuno nel concetto di Stato di J.G. Fichte, in Rousseau, nelle idealità della Rivoluzione francese.
Neutralista intransigente, rimase costantemente avverso alla guerra anche dopo lo scoppio del conflitto mondiale e, nel dopoguerra, continuò a professare le sue idee socialiste. Stabilitosi definitivamente a Roma, fu critico letterario del quotidiano Il Paese di F. Ciccotti. Avversario del fascismo, nel 1925 fu tra i firmatari del manifesto antifascista di B. Croce. Ritiratosi dalla vita pubblica, rinunciò alla carriera universitaria ed esercitò l'avvocatura, difendendo anche imputati che dovevano presentarsi al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In questo periodo i suoi studi si volsero soprattutto alla storia delle religioni ma non scemò del tutto l'interesse per i temi trattati in precedenza, come dimostra il saggio Storicismo e conservatorismo nella filosofia del diritto di Hegel, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, VII (1927), pp. 151-169, favorevolmente recensito da Croce.
Il primo frutto del nuovo indirizzo di ricerca fu il Sommario d'una filosofia della religione (Bari 1923) dove il G. delinea un'interpretazione generale del fenomeno religioso alla luce della filosofia moderna (soprattutto G.W.F. Hegel e Croce), cui fece seguito L'ideale d'Israele (ibid. 1931), che ebbe una recensione di E. Buonaiuti. Il frutto più maturo di questi studi è, comunque, la Storia del cristianesimo dalle origini a Costantino, pubblicato solo nel dopoguerra (Firenze 1946).
In questo lavoro si delinea un'interpretazione laica della nuova religione, inquadrata nel contesto dei fenomeni culturali e politici del tempo. Per il G. la originalità del cristianesimo consiste nella combinazione dei caratteri giudaici con le istanze soteriche dei culti misterici diffusi all'epoca, spogliate, però, dei contenuti magici e ricondotte a un principio morale, la salvezza essendo legata a una rigenerazione etica; il G. dimostra qui padronanza delle fonti e della letteratura relativa, tant'è che, molti anni dopo, poté ristampare l'opera senza aggiornamenti (Storia del cristianesimo dalle origini a Teodosio, Milano 1969) a eccezione dell'aggiunta di un capitolo che risale, con ogni evidenza, alla stesura della prima edizione.
A quest'ordine di interessi appartiene anche Il genio della Grecia (Roma 1947), che raccoglie il testo delle lezioni tenute dal G. presso la YMCA (Young men christian association) di Roma negli anni Trenta.
Si tratta di una ricostruzione sintetica della civiltà greca che il G. definisce come un universo laico, in cui le esperienze intellettuali sono per la prima volta affrancate dalla mitologia che le avvolgeva nelle civiltà precedenti, e possono, quindi, aprirsi alla comprensione razionale del mondo e alla costruzione dello spazio della polis.
Questi studi marcano un periodo della vita del G., che egli rievocò con queste parole: "quando l'avvenire sembrava senza speranza, noi ci rifugiammo nel passato" (Il genio della Grecia, p. 5). Negli stessi anni abbandonò il socialismo e approdò a una visione liberale del mondo, cui restò sempre fedele; questa evoluzione si percepisce anche negli scritti sulla religione, come dimostrano l'accento posto sull'osservanza della legge come principio interiore, la sottolineatura positiva del razionalismo greco, l'accenno allo Stato liberale moderno "che riconobbe la libertà delle professioni religiose come un capitolo della generale libertà di opinione" (Storia del cristianesimo dalle origini a Teodosio, Milano 1969, p. 331). Comunque, il volume che manifesta in modo evidente il suo distacco dalla originaria idea socialista apparve nell'immediato dopoguerra: Cinquanta anni di socialismo in Italia (Milano 1947).
In esso la critica all'ideale che era stato presentato come "il regno di Dio, visto da un secolare" (ibid., p. 31) viene espressa non solo in termini di dottrina, ma anche sul piano dei concreti comportamenti politici, fino a concludere che, con l'avvento del fascismo, "il movimento socialista restò seppellito sotto le macerie di quella democrazia alla cui rovina esso aveva largamente contribuito" (p. 204). Il G. non rinnega, invece, l'impegno neutralista dei socialisti tra il 1914 e il 1915, in quanto si trattò di una neutralità "incondizionata, assoluta, di principio" e non di quella "mercanteggiata di Giolitti e degli amici del principe di Bülow" (p. 136).
Durante la seconda guerra mondiale il G. fu tra i promotori del movimento liberale italiano insieme con M. Pannunzio, L. Cattani, M. Ferrara, F. Libonati e collaborò assiduamente al quotidiano Risorgimento liberale fin dalla fondazione. Nell'immediato dopoguerra fu anche commissario per la gestione temporanea della Società editrice Mondadori e dell'Ente nazionale cinofilia italiana (ENCI), incarico, quest'ultimo, in cui poté praticare la sua passione zoofila e la sua competenza di allevatore. Continuò anche a partecipare attivamente alla vita del Partito liberale italiano (PLI).
Fu consultore nazionale assegnato alla commissione Pubblica Istruzione e Belle Arti; per dissapori nella conduzione del partito rifiutò di candidarsi alla Costituente. Al III congresso del PLI (29 aprile - 3 maggio 1946), venne eletto nella direzione; in quella sede avversò l'accordo elettorale con il movimento dell'Uomo qualunque, dando vita a una corrente che si rifaceva alla "terza via" teorizzata da W. Röpke (Rinascita liberale). Al successivo congresso (30 novembre - 3 dic. 1947) fu tra gli esponenti di sinistra che presentarono una mozione, poi ritirata, per far confluire i loro voti sul candidato del centro: il che non impedì il successo, sia pure di stretta misura, della corrente di destra favorevole all'alleanza coi qualunquisti.
Il 5 dicembre il G., insieme con Pannunzio, N. Carandini, Cattani e altri, lasciava Risorgimento liberalee usciva dal partito. Dal febbraio 1949 fu nella redazione del Mondo di Pannunzio, dove si raccolse il gruppo della diaspora liberale. Il G. fu una delle colonne portanti del settimanale nei primi anni di vita, pubblicando regolarmente due articoli a numero: un Diario politico firmato con lo pseudonimo di Averroè e un articolo culturale.
I commenti di Averroè davano il tono politico generale al settimanale: intransigente difesa del mercato, anticomunismo e antifascismo, appoggio ad A. De Gasperi, insofferenza verso le correnti clericali della Democrazia cristiana. Un liberalismo, quindi, in cui oltre alla lezione di Croce si sentiva l'insegnamento di L. Einaudi, di Röpke e di F.W. von Hayek. Proprio Einaudi, allora presidente della Repubblica, espresse a Pannunzio apprezzamento per le rubriche tenute dal G. e intervenne poi per tentare una mediazione quando, nell'estate del 1951, il G., per ragioni personali più che per dissensi politici, lasciò il settimanale.
Nel 1952 il G. fu nominato direttore del quotidiano La Nazione di Firenze, dove rimase solo pochi mesi (dal 1° aprile al 31 ottobre), non amando lasciare Roma. In quello stesso anno, su sollecitazione dell'allora direttore Missiroli, divenne notista politico del Corriere della sera, incarico che tenne fino al 1966.
Nei suoi commenti e articoli di quegli anni sul Corriere si mostrò avversario dell'apertura a sinistra e del Centrosinistra e risolutamente contrario all'estensione dell'intervento pubblico in economia. Queste posizioni di intransigente liberalismo finirono col portarlo a una visione pessimista della vita politica italiana, che caratterizzò in modo sempre più marcato i suoi scritti successivi.
A testimoniare il costante impegno liberale in questo stesso torno di tempo, stanno anche l'opuscolo di propaganda Patria, libertà, iniziativa, preparato in occasione delle elezioni del 1953, notevole per la rivalutazione dell'idea di nazione, e la direzione di un'opera collettiva a carattere divulgativo (Saggi storici sul liberalismo italiano, Perugia 1953), al cui interno il G. curò personalmente lo studio Da Depretis a Giolitti (pp. 285-338), dove tenta un bilancio equanime sull'attività dei governi liberali dopo la caduta della Destra. In particolare il G. esprime su Giolitti un giudizio articolato: fondamentalmente positivo, pur con qualche riserva per il suo liberalismo agnostico, riguardo al primo decennio del Novecento, decisamente negativo per gli anni successivi, della neutralità e precedenti all'avvento del fascismo.
Idee già largamente espresse in precedenza venivano sintetizzate nel volumetto L'idea liberale (Milano 1955), dove il G. ripropone la distinzione tra liberalismo e democrazia e riafferma la maggiore capacità del liberalismo di risolvere la questione sociale anche in confronto al comunismo. Da segnalare pure due sintesi relative alla più recente storia italiana: La restaurazione della democrazia (1944-1948) (in Il secondo Risorgimento, Roma 1955, pp. 367-403), e La vita dei partiti nel primo decennio repubblicano (in Aspetti di vita italiana contemporanea, Bologna 1957, pp. 55-86).
Con il trascorrere del tempo nel G. andarono accentuandosi, fino a rasentare l'eccentricità, alcuni dati caratteriali e abitudini di vita, come la passione per il gioco, la zoofilia, la fobia delle malattie; nei primi anni Sessanta, dopo un lieve attacco cardiaco, per quanto pienamente rimesso, prese a trascorrere intere giornate a letto o in poltrona senza più uscire di casa, dove riceveva le visite di amici e colleghi, come Missiroli, I. Montanelli, A. Guerriero, A. Giovannini.
Nonostante questa autoreclusione, continuò a lavorare intensamente collaborando a molte testate: oltre al Corriere della sera, dove continuò a pubblicare articoli di terza pagina fino al 1970, vanno ricordati il Roma di Napoli, La Sicilia di Catania, Lo Specchio, Quattrosoldi e, soprattutto, il mensileLibera iniziativa, diretto da G. Corigliano, fin dalla fondazione nel dicembre 1960.
I volumi pubblicati a partire da questa data sono in gran parte raccolte di articoli scritti per questo periodico. In essi, Polemica contro il mio tempo (Roma 1965), Opinioni sgradevoli (ibid. 1968),Democrazie mafiose (ibid. 1969), il G. propone la sua visione pessimistica delle moderne democrazie, dominate dagli apparati di partito incapaci di selezionare élites valide, fino a configurarsi, soprattutto in Italia, come dittature oligarchiche per quanto a partito plurimo. In modo solo apparentemente paradossale, e con uno stile sferzante, il G. coglie con lucidità gli aspetti degenerativi del sistema politico italiano fissando un quadro realistico della partitocrazia.
Il G. morì a Roma il 6 sett. 1971.
Altri suoi scritti: L'opera di Gaetano Filangieri, Bologna 1914; La formazione del diritto positivo e la coscienza giuridica popolare, ibid. 1914; L'essenziale della filosofia del diritto, L'Aquila 1919; La storia, in Abruzzo, Milano 1963, pp. 9-32; D'Annunzio deputato, in Gloria alla terra. Gabriele D'Annunzio e l'Abruzzo, ibid. 1963, pp. 235-258; vedi inoltre la ristampa di Democrazie mafiose, a cura di G. de Turris, Firenze 1997, che contiene anche altri suoi testi.
Fonti e Bibl.: Numerosi i necrologi, che costituiscono la fonte principale per la biografia del G.: Il Tempo, 7 sett. 1971; Il Giornale d'Italia, 7-8 sett. 1971; La Nazione, 7 sett. 1971; Corriere della sera, 7 sett. 1971; Roma, 7 sett. 1971; Il Messaggero, 12 sett. 1971; Lo Specchio, 19 sett. 1971; Libera iniziativa, sett. 1971; da segnalare, infine, il ricordo del G. nel Corriere della sera del 15 sett. 1971, firmato da I. Montanelli, il quale ha successivamente rievocato il G., ibid., 21 gennaio, 13 e 25 febbr. 1997. Vedi anche gli scritti introduttivi di S. Romano e G. de Turris alla citata ristampa di Democrazie mafiose, pp. VI-XV, 1-23.
E. Buonaiuti, in Ricerche religiose, VIII (1932), p. 67 (recens.); G. Del Vecchio, Lezioni di filosofia del diritto [1930], Milano 1959, p. 136; M. Missiroli, Opinioni [1921], Milano 1956, pp. 48 s.; L'Unità di G. Salvemini, a cura di B. Finocchiaro, Venezia 1958, pp. 787-789, 813; R. Colapietra, Napoli tra dopoguerra e fascismo, Milano 1962, pp. 44, 91; G. Massari, Quei primi giorni di lavoro, in I diciotto anni de Il Mondo, Roma 1966, p. 125; G. Russo, Da Campo Marzio alla Colonna Antonina, ibid., p. 132; B. Croce, Nuove pagine sparse, Bari 1966, pp. 241 s.; A. Ciani, Il Partito liberale italiano da Croce a Malagodi, Napoli 1968, pp. 45, 55, 61 s., 64, 178; P. Bonetti, Il Mondo, 1949-1966. Ragione e illusione borghese, Roma-Bari 1975, ad indicem; G. Licata, Storia del Corriere della sera, Milano 1976,ad ind.; N. Valeri, La lotta politica in Italia dall'Unità al 1925. Idee e documenti, Firenze 1976, p. 685; M. Del Bosco, I radicali e "Il Mondo", Torino 1979, pp. 43, 48; G. Salvemini, Carteggio 1914-1920, a cura di E. Tagliacozzo, Bari 1984, p. 505; E. Cuomo, Il Tocqueville di De Caprariis, in Dalla politica alla storia. Atti delle Giornate di studio in memoria di V. De Caprariis, Messina… 1984, Messina 1986, p. 102; R. Faucci, Luigi Einaudi, Torino 1986, p. 388; B. Croce, Taccuini di lavoro, VI, 1946-1949, Napoli 1991, p. 184; A. Cardini, Tempi di ferro. Il Mondo e l'Italia del dopoguerra, Bologna 1992, passim; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Torino 1995, p. 148; B. Croce - C. Antoni, Carteggio, a cura di M. Mustè, Bologna 1996, pp. 119-122; Dall'Italia tagliata in due all'Assemblea costituente. Documenti e testimonianze dai carteggi di Benedetto Croce, a cura di M. Griffo, Bologna 1998, ad indicem.
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