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'Io stesso sono un anarchico ma di un tipo diverso'

Mahatma Gandhi

lunedì 29 agosto 2011

L'oroscopo


Ho un rapporto semi - conflittuale con i segni zodiacali e con l'oroscopo.
Fondamentalmente sono incredulo, ma a volte subisco qualche suggestione particolare, che m'induce a ricredermi.
Per esempio i miei occasionali incontri con persone appartenenti alla categoria dello Scorpione hanno avuto esisti disastrosi sotto ogni profilo ed in maniera inequivocabile.
Sono bastati pochi giorni, se non attimi, a rendermi consapevole della totale incompatibilità di carattere con gli esemplari di quella specie , specialmente se di sesso femminile.
E'quindi del tutto inutile ormai che io mi attardi con costoro per verificare se con l'accicendarsi delle costellazioni qualcosa sia cambiato nelle possibili relazioni.
Non voglio apparire un narcisista definendo ottimi, fin dalla più tenera età, i rendez-vous con gli amici e le amiche del Toro, a mio avviso tra i più fausti del disegno celeste.

Poiché siamo da pochi giorni nella sfera della Vergine, non posso sottrarmi ad accennare anche alla sua particolare posizione, nell'ambito dei miei interessi sentimentali. Non sono probabilmente del tutto obbiettivo nella valutazione, ma considero assai positivamente gli appartenenti a questo club zodiacale: ne fanno parte familiari e partner che hanno spesso arricchito il mio patrimonio di conoscenze. Essi sono creativi, pieni d'idee ed iniziative, sensibili sul piano degli affetti ed assai vivaci sul piano sentimentale.
Sono lieto ogni volta che ho la fortuna d'imbattermi in qualcuno di loro, avendo la consapevolezza, finora mai smentita, che si tratterà di una liaison amichevole, basata sulla fiducia e l'entusiamo, la stima e l'affetto sincero.


venerdì 26 agosto 2011

L'estate è un carnevale



carnevaleDal Manzanarre al Reno, si potrebbe dire, non  è che un susseguirsi di feste e festicciole, con repliche delle sfilate di maschere del Carnevale.
Non v'è borgo sperduto dell'Italia turistica che rinunci alle sue esibizioni di maschere, magari importate da altri centri. Non mancano le notti bianche con negozianti impegnati a vendere di tutto, né cantanti o gruppi musicali destinati a strimpellare canzoni e canzonette inneggianti all'amore e all'allegria, volenti o no,  i malcapitati che si trovano a trascorrere le vacanze in simili osti o i poveri abitanti stupefatti da tanto buonumore forzato in piena crisi globale.
I Comuni esultano spendendo denaro pubblico ed acquisendo il favore dei più sprovveduti fra i cittadini, che hanno bisogno di divertirsi, dimenticando gli affanni quotidiani per un reddito che si assottiglia sempre di più, a causa di un debito in crescita e dell'inflazione, quella sì, in ripresa.

Nessuno si chiede quale giovamento possano trarre le città da tutte queste iniziative da Circo Barnum, volte semmai ad aggravare la situazione economica e non a fornire, magari, servizi importanti per la collettività.
Siamo il paese delle scemenze.
Quando, tanti anni fa, l'Assessore Progressista Nicoliniconiò il termine effimero, per sottolineare la qualità degli interventi a favore della cultura, tutti si chiesero se fosse uno scherzo e se il prefato disinvolto politico romano c'era o ci faceva...
Poi, l'assuefazione allo sperpero, all'assistenza pubblica ad attori, guitti, sperimentatori e quante mai categorie dello spettacolo possano esistere, ebbe la meglio e nessuno si meravigliò più delle follie delle varie amministrazioni locali e regionali, che fecero a gara per buttare al vento i soldi dei contribuenti, in cambio del nulla assoluto.
La scuola di Nicolini era improntata al classico panem et circenses, ovvero alla politica delle brioches della povera regina Maria Antonietta (che, perlomeno, finì sotto la gligliottina),  e si diffuse in tutta la nazione a macchia d'olio, divenendo un imperativo categorico per tutti gli amministratori degni di questo nome.
Il guaio più grave  è che costoro, pur facendo parte della casta tanto vituperata, continueranno a prendere in giro il popolino e non finiranno mai con le teste mozze.

giovedì 25 agosto 2011

Riscoprire Bukowski


Ho ri- scoperto il maledetto Bukowski, la sua ironia, la sua umanità e la sua intelligenza corrosiva.
Un anti-moderno per eccellenza, un grande testimone  del nostro tempo.
Nei riguardi delle donne , mi pare che non ci siano tanti scrittori contemporanei che ne sappiano elogiare la bellezza in tutti i sensi (anche se, a volte, causticamente).
Azzardo pure che Bukowski sia in fondo uno spirito religioso: parla di dio come di un suo compagno di viaggio, pronto a nominarlo nei momenti più impensati e con un sottinteso rispetto. A volte lo implora silenziosamente, sperando che esista e continui a stargli a fianco.
Quel che mi colpisce è la sua inesauribile vena sarcastica, il saper vedere le cose oltre le apparenze ed i luoghi comuni: non c'è nulla che possa fermarlo nelle sue scorribande contro la banalità degli uomini (considerati, non senza pietà, la fogna dell'universo), le abitudini insulse della loro vita quotidiana, il conformismo, il dolore, l'assenza di luce nel loro cammino tra le assurdità dell'esistenza e il gioco perverso del caso.
Quest'umanità imprigionata nelle regole imposte dalla società per garantire una sicurezza, che si ritrova più comodamente in una cella di penitenziario, merita uno sguardo penoso, improperi e disprezzo, ma anche una punta di commozione per i deboli e i diseredati, per i travetdi lavori necessitati dall'istinto di sopravvivenza.
Senza dubbio, un nichilista  anarchico, che non ha perso però la capacità di credere nel riscatto, al di là dell'alcool e della degradazione delle megalopoli, della modernità fine a se stessa e del culto del denaro.
Mi ricorda Henry Miller, ma gli aspetti della sua personalità sono molteplici e non si può rassomigliare che a se stesso: un ribelle senza paura, sempre pronto a far esplodere la sua rabbia contro la caduta da un eden forse mai esistito.alce-nero1.jpg
Bukowski è un guerriero indiano, che corre incontro alla morte, galoppando nella sconfinata prateria della miseria umana, invocando il sole della rivincita.

sabato 13 agosto 2011

La galassia della crisi


ferilli19La crisi diventa un momento di riflessione sulle sorti nostre e del mondo: più diventa aggressiva e più l’universo delle nostre conoscenze, delle esperienze di vita, di familiari ed amici, di tante persone frequentate, dei luoghi cui eravamo affezionati diventa lontano e quasi scompare.
Diventiamo un punto infinitesimale della galassia, un pulviscolo senza passato né avvenire.
Neanche un ammirevole seno di donna riesce a fare il miracolo di riportarci sulla terra.

domenica 24 luglio 2011

Tempus fugit:Un Flaiano a Roma un anno fa...





Ennio Flaiano nasceva a Pescara esattamente cento anni fa: il 5 marzo del 1910. Fu adottato da Roma, dove visse fino alla fine, nel 1972. E domani, venerdì 5 marzo, il Comune lo festeggia con una manifestazione nella Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini, dove, a partire dalle 17, si alternano testimoni, intellettuali, critici e artisti italiani a ricordare lo scrittore, considerato ormai uno dei più grandi del Novecento italiano. Parleranno Lina Wertmuller e Carlo Lizzani, Mauro Canali e Mirella Serri, Paolo Mauri e Alain Elkann, Italo Moscati e Giosetta Fioroni, Raffaele La Capria e Daniele Protti, Giovanni Sedita e Giuseppe Giannotti. Vengono proiettati un video di immagini inedite di Flaiano a cura di Rai Storia e due interviste inedite a Giovanni Russo e a Tonino Guerra. Lino Capolicchio legge alcuni brani tratti dai suoi libri, che hanno quasi sempre la città come protagonista. A cominciare dal celeberrimo «Un marziano a Roma», parabola satirica dove Flaiano immagina che un marziano, sbarcato da un’aeronave a Villa Borghese venga prima accolto con grande solennità e ricevuto perfino dal papa e alla fine fagocitato dalla noia dei romani che lo sbeffeggiano convincendolo a ripartire.
E proprio da quel racconto, poi trasformato in spettacolo teatrale, trae origine il titolo della manifestazione per il centenario, «Un Flaiano a Roma. Centenario di un non-conformista», che prevede, oltre all’intervento di domani in Campidoglio, un omaggio alla casa del Cinema (largo Mastroianni 1), dove dal 5 all’8 marzo verranno proiettati film da lui sceneggiati, come «Villa Borghese» di Gianni Franciolini, «I Vitelloni», «8 e 1/2» e «Il Bidone» di Federico Fellini, «Parigi è sempre Parigi» di Luciano Emmer, «La cagna» di Marco Ferreri, «Fantasmi a Roma» di Antonio Pietrangeli, «La Notte» di Michelangelo Antonioni, «Tempo di uccidere» di Giuliano Montaldo, tratto dal romanzo con cui Flaiano aveva vinto il premio Strega.
Ma Flaiano, giornalista al «Mondo», fu vicino soprattutto a Fellini, nei progetti e durante la lavorazione di molti film, tra i quali «La dolce vita». In «La solitudine del satiro» (ed. Adelphi), il libro che raccoglie la maggior parte dei suoi scritti su Roma, annota nel giugno del 1958 il bozzetto di quello che sarà l’episodio più straziante del film e la nascita di un personaggio poi diventato mitico, il paparazzo: «Una società sguaiata, che esprime la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo realmente la vita, merita fotografi petulanti. Via Veneto è invasa da questi fotografi. Nel nostro film ce ne sarà uno, compagno indivisibile del protagonista. Fellini ne conosce il modello: un reporter d’agenzia, di cui mi racconta una storia abbastanza atroce. Questo tale era stato mandato al funerale di una personalità rimasta vittima di una sciagura, per fotografare la vedova piangente; ma per una qualche distrazione, la pellicola prese luce e le fotografie non erano riuscite. Il direttore d’agenzia gli disse. "Arrangiati. Tra due ore portami la vedova piangente o ti licenzio e ti faccio anche causa per danni". Il nostro reporter si precipitò allora a casa della vedova e la trovò che era appena tornata dal cimitero, ancora in gramaglie, e vagante da una stanza all’altra, istupidita dal dolore e dalla stanchezza. Per farla breve: disse alla vedova che se non riusciva a fotografarla piangente avrebbe perso il posto e quindi la speranza di sposarsi, perché s’era fidanzato da poco. La povera signora voleva cacciarlo: figurarsi che voglia aveva di fare la commedia dopo aver pianto tanto sul serio. Ma qui il fotografo, in ginocchio, a scongiurarla di essere buona, di non rovinarlo, di piangere solo un minuto, magari di fingere!, solo il tempo di fare un’istantanea. Ci riuscì. La povera vedova, una volta presa al laccio della pietà, si fece fotografare piangente sul letto matrimoniale, sullo scrittoio del marito, nel salotto, in cucina».
Ora si trattava di trovare a questo fotografo un nome esemplare «perché il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio "vivrà"». Non sapevano che inventare. Alla fine aprono a caso «Sulle rive dello Ionio», un libretto di George Gissing (Flaiano lo chiama Gessing), scrittore del tardo periodo vittoriano innamorato della Calabria. «Troviamo un nome prestigioso: "Paparazzo". Il fotografo si chiamerà Paparazzo. Non saprà mai di portare l’onorato nome di un albergatore delle Calabrie, del quale Gessing parla con riconoscenza e con ammirazione. Ma i nomi hanno un loro destino». A settembre la sceneggiatura della «Dolce vita» è pronta. «E cominciano i soliti guai - annota Flaiano - Il produttore rifiuta il film. Ha dato in lettura il copione a quattro o cinque critici che ora ci guardano desolati e scuotono la testa: la storia è scucita, falsa, pessimista, insolente: il pubblico invece vuole un po’ di speranza. "No" diceva Eliot "il pubblico vuole soltanto un po’ di spogliarello, ma quel che conta è ciò che riusciamo a fare alle sue spalle, senza che se ne accorga"».
Lauretta Colonnelli
«Corriere della sera», edizione romana, pagina 15
04 marzo 2010

mercoledì 22 giugno 2011

Citazioni per caso: decadimento



'' Ultimamente mi sembra di notare un certo decadimento: è pieno di personaggi minori assolutamente incapaci di proposte interessanti, biliosi,inutilmente aggressivi, molto spesso di un'ignoranza disarmante...''



da: it.narkive.com



domenica 22 maggio 2011

Ricordo di Panfilo Gentile


di M. Griffo
Panfilo  Gentile nacque a L'Aquila il 28 maggio 1889, primogenito di Vincenzo, avvocato e uomo politico (fu anche presidente della Provincia), e di Giuseppina Giorgi. Dopo la laurea in giurisprudenza non volle seguire la professione paterna e, allievo di G. Del Vecchio, conseguì giovanissimo la libera docenza in filosofia del diritto, tenendo poi liberi corsi di questa materia presso le università di Bologna e di Napoli.
Nel corso del soggiorno bolognese frequentò A. Oriani e si legò di amicizia con M. Missiroli. Socialista di orientamento massimalista, fra il 1911 e il 1913 collaborò all'Unità di G. Salvemini e all'Avanti!.
Fra gli scritti di carattere scientifico di questo primo periodo: Sulla dottrina del contratto sociale. Appunti storico-critici (Bologna 1913), dove, appoggiandosi alle teorie di J.-J. Rousseau, si mostra favorevole a un regime assembleare in cui l'esecutivo sia decisamente subordinato al legislativo; Per una concezione etico-giuridica del socialismo, secondo i principi dell'idealismo critico (ibid. 1913), in cui, seguendo l'interpretazione di G. Gentile, parte dall'assunto che la dottrina marxista sia una coerente filosofia della storia che però non dà fondamento etico al socialismo, inteso "come disegno ideale di giustizia" (p. 93). Di tale fondazione, necessaria per rendere "la visione del socialismo teoricamente più esatta, e praticamente più feconda" (p. 97), il G. rintraccia le origini nel principio kantiano dell'uguale libertà e dignità di ciascuno nel concetto di Stato di J.G. Fichte, in Rousseau, nelle idealità della Rivoluzione francese.
Neutralista intransigente, rimase costantemente avverso alla guerra anche dopo lo scoppio del conflitto mondiale e, nel dopoguerra, continuò a professare le sue idee socialiste. Stabilitosi definitivamente a Roma, fu critico letterario del quotidiano Il Paese di F. Ciccotti. Avversario del fascismo, nel 1925 fu tra i firmatari del manifesto antifascista di B. Croce. Ritiratosi dalla vita pubblica, rinunciò alla carriera universitaria ed esercitò l'avvocatura, difendendo anche imputati che dovevano presentarsi al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In questo periodo i suoi studi si volsero soprattutto alla storia delle religioni ma non scemò del tutto l'interesse per i temi trattati in precedenza, come dimostra il saggio Storicismo e conservatorismo nella filosofia del diritto di Hegel, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, VII (1927), pp. 151-169, favorevolmente recensito da Croce.
Il primo frutto del nuovo indirizzo di ricerca fu il Sommario d'una filosofia della religione (Bari 1923) dove il G. delinea un'interpretazione generale del fenomeno religioso alla luce della filosofia moderna (soprattutto G.W.F. Hegel e Croce), cui fece seguito L'ideale d'Israele (ibid. 1931), che ebbe una recensione di E. Buonaiuti. Il frutto più maturo di questi studi è, comunque, la Storia del cristianesimo dalle origini a Costantino, pubblicato solo nel dopoguerra (Firenze 1946).
In questo lavoro si delinea un'interpretazione laica della nuova religione, inquadrata nel contesto dei fenomeni culturali e politici del tempo. Per il G. la originalità del cristianesimo consiste nella combinazione dei caratteri giudaici con le istanze soteriche dei culti misterici diffusi all'epoca, spogliate, però, dei contenuti magici e ricondotte a un principio morale, la salvezza essendo legata a una rigenerazione etica; il G. dimostra qui padronanza delle fonti e della letteratura relativa, tant'è che, molti anni dopo, poté ristampare l'opera senza aggiornamenti (Storia del cristianesimo dalle origini a Teodosio, Milano 1969) a eccezione dell'aggiunta di un capitolo che risale, con ogni evidenza, alla stesura della prima edizione.
A quest'ordine di interessi appartiene anche Il genio della Grecia (Roma 1947), che raccoglie il testo delle lezioni tenute dal G. presso la YMCA (Young men christian association) di Roma negli anni Trenta.
Si tratta di una ricostruzione sintetica della civiltà greca che il G. definisce come un universo laico, in cui le esperienze intellettuali sono per la prima volta affrancate dalla mitologia che le avvolgeva nelle civiltà precedenti, e possono, quindi, aprirsi alla comprensione razionale del mondo e alla costruzione dello spazio della polis.
Questi studi marcano un periodo della vita del G., che egli rievocò con queste parole: "quando l'avvenire sembrava senza speranza, noi ci rifugiammo nel passato" (Il genio della Grecia, p. 5). Negli stessi anni abbandonò il socialismo e approdò a una visione liberale del mondo, cui restò sempre fedele; questa evoluzione si percepisce anche negli scritti sulla religione, come dimostrano l'accento posto sull'osservanza della legge come principio interiore, la sottolineatura positiva del razionalismo greco, l'accenno allo Stato liberale moderno "che riconobbe la libertà delle professioni religiose come un capitolo della generale libertà di opinione" (Storia del cristianesimo dalle origini a Teodosio, Milano 1969, p. 331). Comunque, il volume che manifesta in modo evidente il suo distacco dalla originaria idea socialista apparve nell'immediato dopoguerra: Cinquanta anni di socialismo in Italia (Milano 1947).
In esso la critica all'ideale che era stato presentato come "il regno di Dio, visto da un secolare" (ibid., p. 31) viene espressa non solo in termini di dottrina, ma anche sul piano dei concreti comportamenti politici, fino a concludere che, con l'avvento del fascismo, "il movimento socialista restò seppellito sotto le macerie di quella democrazia alla cui rovina esso aveva largamente contribuito" (p. 204). Il G. non rinnega, invece, l'impegno neutralista dei socialisti tra il 1914 e il 1915, in quanto si trattò di una neutralità "incondizionata, assoluta, di principio" e non di quella "mercanteggiata di Giolitti e degli amici del principe di Bülow" (p. 136).
Durante la seconda guerra mondiale il G. fu tra i promotori del movimento liberale italiano insieme con M. Pannunzio, L. Cattani, M. Ferrara, F. Libonati e collaborò assiduamente al quotidiano Risorgimento liberale fin dalla fondazione. Nell'immediato dopoguerra fu anche commissario per la gestione temporanea della Società editrice Mondadori e dell'Ente nazionale cinofilia italiana (ENCI), incarico, quest'ultimo, in cui poté praticare la sua passione zoofila e la sua competenza di allevatore. Continuò anche a partecipare attivamente alla vita del Partito liberale italiano (PLI).
Fu consultore nazionale assegnato alla commissione Pubblica Istruzione e Belle Arti; per dissapori nella conduzione del partito rifiutò di candidarsi alla Costituente. Al III congresso del PLI (29 aprile - 3 maggio 1946), venne eletto nella direzione; in quella sede avversò l'accordo elettorale con il movimento dell'Uomo qualunque, dando vita a una corrente che si rifaceva alla "terza via" teorizzata da W. Röpke (Rinascita liberale). Al successivo congresso (30 novembre - 3 dic. 1947) fu tra gli esponenti di sinistra che presentarono una mozione, poi ritirata, per far confluire i loro voti sul candidato del centro: il che non impedì il successo, sia pure di stretta misura, della corrente di destra favorevole all'alleanza coi qualunquisti.
Il 5 dicembre il G., insieme con Pannunzio, N. Carandini, Cattani e altri, lasciava Risorgimento liberalee usciva dal partito. Dal febbraio 1949 fu nella redazione del Mondo di Pannunzio, dove si raccolse il gruppo della diaspora liberale. Il G. fu una delle colonne portanti del settimanale nei primi anni di vita, pubblicando regolarmente due articoli a numero: un Diario politico firmato con lo pseudonimo di Averroè e un articolo culturale.
I commenti di Averroè davano il tono politico generale al settimanale: intransigente difesa del mercato, anticomunismo e antifascismo, appoggio ad A. De Gasperi, insofferenza verso le correnti clericali della Democrazia cristiana. Un liberalismo, quindi, in cui oltre alla lezione di Croce si sentiva l'insegnamento di L. Einaudi, di Röpke e di F.W. von Hayek. Proprio Einaudi, allora presidente della Repubblica, espresse a Pannunzio apprezzamento per le rubriche tenute dal G. e intervenne poi per tentare una mediazione quando, nell'estate del 1951, il G., per ragioni personali più che per dissensi politici, lasciò il settimanale.
Nel 1952 il G. fu nominato direttore del quotidiano La Nazione di Firenze, dove rimase solo pochi mesi (dal 1° aprile al 31 ottobre), non amando lasciare Roma. In quello stesso anno, su sollecitazione dell'allora direttore Missiroli, divenne notista politico del Corriere della sera, incarico che tenne fino al 1966.
Nei suoi commenti e articoli di quegli anni sul Corriere si mostrò avversario dell'apertura a sinistra e del Centrosinistra e risolutamente contrario all'estensione dell'intervento pubblico in economia. Queste posizioni di intransigente liberalismo finirono col portarlo a una visione pessimista della vita politica italiana, che caratterizzò in modo sempre più marcato i suoi scritti successivi.
A testimoniare il costante impegno liberale in questo stesso torno di tempo, stanno anche l'opuscolo di propaganda Patria, libertà, iniziativa, preparato in occasione delle elezioni del 1953, notevole per la rivalutazione dell'idea di nazione, e la direzione di un'opera collettiva a carattere divulgativo (Saggi storici sul liberalismo italiano, Perugia 1953), al cui interno il G. curò personalmente lo studio Da Depretis a Giolitti (pp. 285-338), dove tenta un bilancio equanime sull'attività dei governi liberali dopo la caduta della Destra. In particolare il G. esprime su Giolitti un giudizio articolato: fondamentalmente positivo, pur con qualche riserva per il suo liberalismo agnostico, riguardo al primo decennio del Novecento, decisamente negativo per gli anni successivi, della neutralità e precedenti all'avvento del fascismo.
Idee già largamente espresse in precedenza venivano sintetizzate nel volumetto L'idea liberale (Milano 1955), dove il G. ripropone la distinzione tra liberalismo e democrazia e riafferma la maggiore capacità del liberalismo di risolvere la questione sociale anche in confronto al comunismo. Da segnalare pure due sintesi relative alla più recente storia italiana: La restaurazione della democrazia (1944-1948) (in Il secondo Risorgimento, Roma 1955, pp. 367-403), e La vita dei partiti nel primo decennio repubblicano (in Aspetti di vita italiana contemporanea, Bologna 1957, pp. 55-86).
Con il trascorrere del tempo nel G. andarono accentuandosi, fino a rasentare l'eccentricità, alcuni dati caratteriali e abitudini di vita, come la passione per il gioco, la zoofilia, la fobia delle malattie; nei primi anni Sessanta, dopo un lieve attacco cardiaco, per quanto pienamente rimesso, prese a trascorrere intere giornate a letto o in poltrona senza più uscire di casa, dove riceveva le visite di amici e colleghi, come Missiroli, I. Montanelli, A. Guerriero, A. Giovannini.
Nonostante questa autoreclusione, continuò a lavorare intensamente collaborando a molte testate: oltre al Corriere della sera, dove continuò a pubblicare articoli di terza pagina fino al 1970, vanno ricordati il Roma di Napoli, La Sicilia di Catania, Lo SpecchioQuattrosoldi e, soprattutto, il mensileLibera iniziativa, diretto da G. Corigliano, fin dalla fondazione nel dicembre 1960.
I volumi pubblicati a partire da questa data sono in gran parte raccolte di articoli scritti per questo periodico. In essi, Polemica contro il mio tempo (Roma 1965), Opinioni sgradevoli (ibid. 1968),Democrazie mafiose (ibid. 1969), il G. propone la sua visione pessimistica delle moderne democrazie, dominate dagli apparati di partito incapaci di selezionare élites valide, fino a configurarsi, soprattutto in Italia, come dittature oligarchiche per quanto a partito plurimo. In modo solo apparentemente paradossale, e con uno stile sferzante, il G. coglie con lucidità gli aspetti degenerativi del sistema politico italiano fissando un quadro realistico della partitocrazia.
Il G. morì a Roma il 6 sett. 1971.
Altri suoi scritti: L'opera di Gaetano Filangieri, Bologna 1914; La formazione del diritto positivo e la coscienza giuridica popolare, ibid. 1914; L'essenziale della filosofia del diritto, L'Aquila 1919; La storia, in Abruzzo, Milano 1963, pp. 9-32; D'Annunzio deputato, in Gloria alla terra. Gabriele D'Annunzio e l'Abruzzo, ibid. 1963, pp. 235-258; vedi inoltre la ristampa di Democrazie mafiose, a cura di G. de Turris, Firenze 1997, che contiene anche altri suoi testi.
Fonti e Bibl.: Numerosi i necrologi, che costituiscono la fonte principale per la biografia del G.: Il Tempo, 7 sett. 1971; Il Giornale d'Italia, 7-8 sett. 1971; La Nazione, 7 sett. 1971; Corriere della sera, 7 sett. 1971; Roma, 7 sett. 1971; Il Messaggero, 12 sett. 1971; Lo Specchio, 19 sett. 1971; Libera iniziativa, sett. 1971; da segnalare, infine, il ricordo del G. nel Corriere della sera del 15 sett. 1971, firmato da I. Montanelli, il quale ha successivamente rievocato il G., ibid., 21 gennaio, 13 e 25 febbr. 1997. Vedi anche gli scritti introduttivi di S. Romano e G. de Turris alla citata ristampa di Democrazie mafiose, pp. VI-XV, 1-23.
E. Buonaiuti, in Ricerche religiose, VIII (1932), p. 67 (recens.); G. Del Vecchio, Lezioni di filosofia del diritto [1930], Milano 1959, p. 136; M. Missiroli, Opinioni [1921], Milano 1956, pp. 48 s.; L'Unità di G. Salvemini, a cura di B. Finocchiaro, Venezia 1958, pp. 787-789, 813; R. Colapietra, Napoli tra dopoguerra e fascismo, Milano 1962, pp. 44, 91; G. Massari, Quei primi giorni di lavoro, in I diciotto anni de Il Mondo, Roma 1966, p. 125; G. Russo, Da Campo Marzio alla Colonna Antoninaibid., p. 132; B. Croce, Nuove pagine sparse, Bari 1966, pp. 241 s.; A. Ciani, Il Partito liberale italiano da Croce a Malagodi, Napoli 1968, pp. 45, 55, 61 s., 64, 178; P. Bonetti, Il Mondo, 1949-1966. Ragione e illusione borghese, Roma-Bari 1975, ad indicem; G. Licata, Storia del Corriere della sera, Milano 1976,ad ind.; N. Valeri, La lotta politica in Italia dall'Unità al 1925. Idee e documenti, Firenze 1976, p. 685; M. Del Bosco, I radicali e "Il Mondo", Torino 1979, pp. 43, 48; G. Salvemini, Carteggio 1914-1920, a cura di E. Tagliacozzo, Bari 1984, p. 505; E. Cuomo, Il Tocqueville di De Caprariis, in Dalla politica alla storia. Atti delle Giornate di studio in memoria di V. De CaprariisMessina 1984, Messina 1986, p. 102; R. Faucci, Luigi Einaudi, Torino 1986, p. 388; B. Croce, Taccuini di lavoro, VI, 1946-1949, Napoli 1991, p. 184; A. Cardini, Tempi di ferro. Il Mondo e l'Italia del dopoguerra, Bologna 1992, passim; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Torino 1995, p. 148; B. Croce - C. Antoni, Carteggio, a cura di M. Mustè, Bologna 1996, pp. 119-122; Dall'Italia tagliata in due all'Assemblea costituente. Documenti e testimonianze dai carteggi di Benedetto Croce, a cura di M. Griffo, Bologna 1998, ad indicem.

sabato 21 maggio 2011

Schiavi del feuilleton

Ci siamo talmente abituati al feuilleton sulla stampa, al cinema in letteratura che ai più riesce difficile sancire una differenza tra il buono ed il cattivo gusto, avendo ormai perso, con la perdita dell'educazione al bello, ogni approccio serio con l'estetica.

Si tratta di un male che affligge il vecchio continente e il nord America.

Quando vedete sfilare a Cannes registi volgari ed isterici come Moretti, che induce il pubblico a sgangherate risate plebee, tipiche del vecchio avanspettacolo, infarcite di psicanalisi d'accatto, buona per tutti gli usi (dalla sodomia alla blasfemia, dall'infamia alla descrizione di una realtà alterata ed improbabile), vi potete render conto di quanto in basso ci abbia portato la cosiddetta civiltà di massa, con cineasti che credono di avere in pugno la coscienza della gente e la possibilità di condizionarla stupidamente.

Non ci sono competenze e meriti, attrazione per la verità, modestia, se non umiltà, nel fare uso del mezzo cinematografico, per fotografare situazioni pre-ideologizzate, confezionate per dissacrare e distruggere, livellare le opinioni
al sub-umano,all' istintuale becero-centrismo.

Autori-imbonitori, che pensano di essere artisti solo perché manipolano, come creta,  povere creature informi nella mente e nell'anima, beoti privi di spirito critico ed imbevuti di presunzione.

martedì 3 maggio 2011

L'eroismo esotico di Salgari




Marco Iacona

Il 25 aprile del 1911 (poco meno di cento anni fa), la vita di Emilio Salgari si concludeva tragicamente. Lo scrittore fantastico e d’avventura, che qui in Italia veniva paragonato a Jules Verne per popolarità e temi trattati, si toglieva la vita nei pressi di Torino con modalità agghiaccianti, come uno qualsiasi dei personaggi nati dalla sua fantasia di scrittore e fin dalla più giovane età.Quello di Salgari non era un gesto improvviso o l’assurda conclusione di un momento di follia. Per niente. Ma era l’esatto opposto. Un gesto meditato e premeditato.La vita di Salgari, oggi considerato fra i quindici scrittori che hanno fatto l’Italia (come abbiamo documentato sul Secolo del 16 marzo scorso), era infatti una vita pessima da ogni punto di vista. Lo scrittore nato a Verona l’anno successivo al compimento della nostra Unità (1862), si trovava in gravi difficoltà economiche; negli ultimi tempi era stato colpito dalla tragedia della malattia mentale della moglie (rinchiusa, come s’usava fare, in manicomio), ed era dipendente dall’alcol e ancor più dal fumo. Quel gesto e la ferocia con la quale, con un rasoio ben affilato, si era accanito contro il suo stesso corpo non ancora anziano (mancavano pochi mesi al compimento del cinquantesimo anno d’età), la dicevano lunga sulle condizioni di vita e sul folle desiderio di annientare la prova vivente di una triste esistenza (la sua). Fra le carte del cavalier Salgari (cavaliere della corona d’Italia per volontà di Umberto I), come veniva chiamato a quel tempo lo scrittore e giornalista, due lettere; due ulteriori testimonianze delle sue sofferenze.[Image]La prima era indirizzata ai suoi non pochi editori. Bemporad di Firenze, Donath di Genova, Paravia di Torino, f.lli Treves di Milano, G. Cogliati di Milano, Salvatore Biondo di Palermo e Belforte di Livorno (editori ai quali Salgari inviava i manoscritti, firmandosi anche con uno pseudonimo), e vi si leggeva: «A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle, mantenendo me e la famiglia mia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. Emilio Salgari». E la seconda ai quattro figli, tutti dai nomi esotici (e successivamente colpiti, anch’essi, da atroce destino): «Miei cari figli. Sono ormai un vinto, la pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni dei miei ammiratori che per tanti anni ho divertiti ed istruiti provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire, più un credito di seicento lire che incasserete dalla signora N… … Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato. Mantenetevi buoni ed onesti, e pensate appena potrete ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre. EmilioSalgari». Seguivano istruzioni per il ritrovamento del corpo presso un burrone nella valle di San Martino.Se ne andava così, con stile e modi che a distanza di un secolo commuovono ancora, il grande Salgari, autore straordinariamente prolifico, creatore di saghe indimenticabili. Fra tutte, e non ci sarebbe bisogno di dirlo, quella dei pirati della Malesia (cioè di Sandokan) e del Corsaro nero.[Image]Discusso dai custodi del sacro realismo, da quelli che non vanno oltre il saggio di formazione o il romanzo politico (i quali non sanno che il rivoluzionario per eccellenza cioè Ernesto “Che” Guevara adorava proprio Salgari), al contrario per molti giovani “romantici” o affascinati dalle avventure (proprie o altrui) il veronese è stato autore di assoluto riferimento, in ragione di un mix di temi che qui riesce facile elencare. Il gusto per l’avventura innanzitutto, la semplice curiosità (o l’amore per la giustizia) e la passione mai del tutto spenta per l’esotismo. La prosa salgariana è stata il biglietto d’ingresso (niente di più ma niente di meno) per i mondi sconosciuti – ma conoscibili – verso i quali l’uomo occidentale si è sentito fortemente attratto. Asia, Americhe e Africa, il più misterioso dei continenti. Una conoscenza che Salgari ha saputo anticipare anche storicamente grazie alla straordinaria fantasia creativa (non aveva praticamente mai viaggiato), unita al gusto per le “nuove” culture in piena età colonialista.Il successo di Salgari – collocato nell’ultima parte del XIX secolo – non solo segue la spartizione dei territori africani da parte delle potenze europee, ma soprattutto l’acquisizione della prima colonia italiana in terra d’Africa (la baia di Assab, nel 1882), prologo di una lunga e complicatissima vicenda che si spinge fino alla più stretta attualità. Proprio in quegli anni, in Italia, prende vigore il cosiddetto “mal d’Africa” (ma l’aspirazione – anzi “l’esigenza” – italiana al possesso delle terre in Africa, è bene ricordarlo, viene contrapposta in modo netto alla mera cupidigia britannica) e si scrive l’ennesimo capitolo, uno dei più drammatici, dell’interesse europeo verso una cultura cosiddetta alternativa.Gli anni salgariani, non dimentichiamolo, sono quelli del boomdell’attrazione verso i paesi lontani e le terre cosiddette primitive (termine il cui significato è ancora fortemente negativo). Regioni nella quali l’uomo non ha ancora il sopravvento sulla natura (natura che continua a dominare con le sue caratteristiche di brutalità e bellezza); regioni appena sfiorate dalla “civiltà” e immerse nella “tradizione”, scevre dai processi di industrializzazione e dai fenomeni sociali legati al progresso; regioni che conservano un non so che di misterioso (basti guardare alle opere di Amedeo Modigliani e a quelle di Brancusi) ma costrette, allo stesso tempo, a diventare civiltà vassalle del moderno Occidente. Per intenderci: gli anni salgariani sono anche gli stessi anni di Rudyard Kipling (Nobel nel 1907 e passato alla storia come la voce del colonialismo), del «fardello dell’uomo bianco», della presunta superiorità della razza occidentale su tutte le altre, della diffusione delle dottrine di Herbert Spencer e anche di certo nietzscheanesimo sbrigativamente inteso come volontà di potenza (e di conquista) incondizionata. E sono anche gli anni del puccinismo, anni nei quali l’arrogante “superiorità” della civiltà occidentale si esprime nella storia di una adolescente (la giapponesina Cio-Cio-San), facilmente raggirata da un marinaio americano e costretta a fareharakiri.[Image]Una certa idea di quel mondo vecchio di cento anni, facile preda di eserciti e di avventurieri occidentali (molti dei quali spinti da puri ideali socialisti), per una buona metà romantica e per altro verso molto darwiniana, oggi è (fortunatamente) del tutto scomparsa, e grazie a fenomeni a prima vista contraddittori. In primo luogo grazie al fenomeno storico-politico della decolonizzazione e a quanto a esso legato a livello di comunità internazionale, poi grazie alla diffusione delle discipline antropologiche e agli studi seri e documentati, in terzo luogo grazie anche al nuovo boom dell’esterofilia (quello degli anni Sessanta-Settanta), e a quanti hanno scommesso sul lato spirituale e folkloristico dei popoli extraeuropei, sulla pace e sul legame spirituale Oriente-Occidente. Infine grazie anche agli sviluppi del processo di globalizzazione che ha praticamente ridotto al lumicino le differenze fra un continente e l’altro.D’altra parte, se di colonizzazione si può parlare oggi, è bene lasciar di canto l’esotismo eroico salgariano, oltretutto connesso a un’umanità che non esiste più. Un mondo superato dalla scomparsa dell’eroe-guerriero e del “ribelle” che capeggia la resistenza; un mondo che Ernst Jünger, meno di un decennio dopo la morte di Salgari, avrebbe già descritto per intero con tanto di minacce e nuovi protagonisti. Durante la prima guerra mondiale si comincia già a parlare di “battaglia dei materiali”, quel nuovo tipo di guerra insomma che non ha più bisogno dell’eroe-buono – l’uomo senza paura – e che conta invece principalmente sulla potenza delle armi. Forse è proprio Che Guevara l’ultimo vero eroe romantico e popolare – ovviamente lontano dalla vecchia Europa – sopravvissuto per mezzo secolo alla robotizzazione della guerra…[Image]Non basta parlare, tuttavia, soltanto dei mezzi bellici. Ai giorni nostri, anche la presunta ingenuità, la presunta buona fede (in piena epoca romantica data quasi sempre per certa), di chi si contrappone agli eserciti dell’“uomo bianco” (ma che eserciti sono sempre più di rado, trattandosi oramai quasi esclusivamente di flotta aerea) è venuta meno. Dittatorelli, autocrati, militari e leader di partito (i nomi sono sulla bocca di tutti) posti a capo di questo o quello Stato africano o asiatico, hanno appreso le “ferree” regole occidentali della trattativa di mercato e del puro interesse materiale (quando non del mero ricatto), e sono entrati in fretta e furia all’interno del villaggio globale e degli interessi legati al primato economico, pur guidando Stati del tutto impreparati alle regole della democrazia. Oggi, la povertà generalizzata, la possibilità di guardare ai luoghi nei quali la ricchezza è sapientemente suddivisa fra gli appartenenti a tutti gli strati sociali e la suddivisione feudale della popolazione, ha spinto gran parte dei popoli del nord Africa alla ribellione contro gli stessi autocrati (leader, familiari e fedelissimi) posti a capo delle loro istituzioni.La feroce guerra in Libia ove l’Occidente (ad esclusione della Germania) è sceso in campo per spalleggiare le forze ribelli a Gheddafi, potrà anche essere spiegata come una guerra neo-coloniale, come un intervento dell’Occidente per gestire il dopo-Gheddafi (probabilmente sarà anche così…), ma nessuno potrà giustificare il barbaro accanimento del leader berbero nei confronti del suo stesso popolo; un accanimento che ha preceduto e di molti giorni l’intervento dei “volenterosi”… Salgari docet. L’interesse per le culture cosiddette “esotiche”, ha sempre nascosto una sottile ammirazione per quel delicato equilibrio col quale re e governanti hanno amministrato la giustizia nei loro paesi: un mix di buon senso, di paternalismo illuminato e il valore della fratellanza posto in cima a qualsiasi “codice”. Non vorremmo, adesso, che oltre a mostrare una ferocia senza compromessi, Gheddafi avesse assestato anche il colpo finale (quello definitivo), ai nostri sogni di armonia già piuttosto sbiaditi…

venerdì 29 aprile 2011

Alle radici dell'ideologia

di  Massimo Marucci, CulturaCattolica.it



Scorci di attualità da una lezione del professore francese



"Credo di aver capito il meccanismo fondamentale dell'ideologia". Durante una sua conferenza milanese, è Alain Finkielkraut, un grande pensatore francese, che insegna Filosofia all'École Polytechnique di Parigi, ad "osare" questa affermazione suggestiva; il compito che si propone è arduo, ma a suo dire urgente e appassionante: cercare di cogliere, attraverso il confronto fra utopia e realtà, l'origine da cui scaturisce l'ideologia.

L'ideologia non è morta con la fine della Guerra Fredda, né con la caduta dei grandi regimi totalitari: al contrario, sopravvive, più o meno sottilmente, perché ancora molto viva è la sua scaturigine teorica.

Il professore francese mette in campo alcuni fattori latu sensu filosofici che, a suo modo di vedere, stanno alla radice della tendenza a fare della politica una politica ideologica.

Innanzitutto si richiama a Rousseau, e alla sua dottrina secondo cui il male ha un'origine essenzialmente storico-sociale: "Odio la servitù come fonte della disgrazia umana" affermava il filosofo francese. Esiste un crimine originale che sta all'inizio di tutti i mali, anzi che determina tutti i mali e tutti i crimini particolari. Qui entra in gioco il secondo punto filosofico, che è il principio di ragion sufficiente di Leibniz. Secondo la nota teoria leibniziana, se un evento accade, vuol dire che esistono ragioni adeguate ed esaurienti perché esso accada. Non siamo di fronte ad una tautologia, ma ad un vero e proprio determinismo: tutti gli eventi dell'universo, e dunque anche le azioni umane, sono riconducibili ad una serie di cause necessarie che le hanno determinate. L'esempio di Finkielkraut è il più evidente, ma nello stesso tempo colpisce la lucidità con cui egli legge l'attualità avendo la capacità di descriverla prima di interpretarla, di descriverla nelle sue dinamiche. Si tratta degli USA dopo l'Undici Settembre, un evento che immediatamente ha suscitato sconcerto e stupore in tutto il mondo. Ma presto lo stupore è cessato, e la gente ha iniziato a parlare di quello che era accaduto all'America in termini diversi. Gli stati Uniti - si è iniziato a dire - erano colpevoli della propria stessa potenza. Come dire: la ragione delle cose, che da ogni premessa trae la necessaria conseguenza, ha fatto sì che questa superpotenza, colpevole originariamente di essere appunto tale, abbia avuto la giusta pena per la propria colpa. E chi le ha inflitto questa pena, ha in un certo senso applicato il principio di Ragione, sì è fatto interprete di ciò che "era scritto" nella storia. Ecco l'ideologia all'opera: a partire da un principio teorico, le vittime diventano i colpevoli, e i responsabili diventano vittime. Questo principio deterministico, insieme a quello rousseauiano del crimine originario, determina un modo di rapportarsi a ciò che succede nel mondo, appunto ideologico. Infatti l'umanità viene divisa in due grandi categorie, che tuttavia non trovano alcuna ragion d'essere nella realtà: chi agisce e chi re-agisce. I destini di queste due categorie di uomini sono molto diversi. Chi agisce, infatti, agisce di sua volontà, ed è dunque responsabile di quello che fa.

Si potrebbe dire, sempre con Finkielkraut, che agisce secondo un principio di ragione insufficiente: agisce cioè senza essere determinato, in quello che fa, da una catena di cause che da sole sono in grado di spiegare ed esaurire la sua azione. La sua azione risulta dunque ultimamente irriducibile a qualsiasi spiegazione deterministica; è un'azione libera e, in quanto tale, suscettibile di responsabilità morale.

Molto diversa è la sorte di chi reagisce: questi, infatti, agisce secondo il principio di ragion sufficiente (o principio di Ragione), per cui, qualunque cosa faccia, sarà sempre innocente, in quanto la vera causa delle sue azioni non risiede in lui, ma fuori di lui, in quelle che genericamente possiamo chiamare "circostanze". Di questa categoria si serve la sociologia moderna, che cerca di spiegare i comportamenti umani partendo dalle circostanze che li determinano ad agire.

E qui Finkielkraut non risparmia una nota polemica, e ricorda come spesso, nella sua patria come altrove, si sia dato il caso seguente: di parlare, di fronte alla violenza in termini sociologici, indagando a fondo le cause esterne che possono portare un uomo a compiere atti scellerati; e di professare invece con sdegno una "indignazione morale" di fronte ad un fascista o ad un razzista.

Al di là della correttezza o meno dei rispettivi giudizi, pare evidente al nostro intellettuale un meccanismo all'opera che si sovrappone alla realtà, colorandola ora in un modo ora in un altro a seconda dell'arbitrio di chi tira le redini dell'opinione pubblica.

Attorno a questo percorso teorico, Finkielkraut pone numerosi esempi di attualità, spaziando dalla situazione francese all'orizzonte internazionale. Su questa divisione ideologica fra chi agisce e chi reagisce, fra chi è colpevole e chi giustamente si ribella, fa il caso dell'antisemitismo in Francia: la Francia è per definizione una nazione antisemita; ebbene, proprio in questi tempi si assiste ad una nuova ondata di antisemitismo, che tuttavia non è considerata come attribuibile al dominio dei "colpevoli".

Gli antisemiti fanno parte di coloro che reagiscono; loro, esclusi ed emarginati, vittime delle loro stesse condizioni, e soprattutto vittime di quel crimine originale che li rende assolutamente non responsabili dei loro crimini particolari. Su questo allontanamento della giustizia dalla realtà, su questa ipostatizzazione del crimine al di fuori della storia concreta, Finkielkraut si pronuncia duramente circa il Tribunale Penale Internazionale.

A suo dire, tale istituzione, avendo il compito di giudicare crimini senza prescrizione, si sottrarrebbe al dominio del tempo, spostando l'amministrazione della giustizia ad un livello quasi divino. Ad un diritto universale, sembra dire, preferisce invece una politica reale per l'umanità. E cita il caso della Croazia, un paese che negli ultimi anni stava avendo un'apertura democratica, fino a quando il Tribunale Penale, chiedendo l'estradizione di un nazista di 83 anni, ha fatto sì che si ridestasse il sentimento nazionalista. Finkielkraut, figlio di una famiglia ebraica segnata dal dramma di Auschwitz, parla anche del conflitto fra Israele e Palestina; non compie un'analisi della situazione, né prende esplicitamente posizione per l'una o per l'altra parte.

Mostra solo, ancora una volta, il meccanismo dell'ideologia all'opera. In questo caso, ad esempio, la Memoria, la tanto invocata Memoria, si ritorce contro Israele. Cita un giudizio di una giornalista italiana che accusava Israele di essere di essere stato l'unico paese a non aver fatto il mea culpa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da qui, secondo la ferrea logica dell'ideologia, deriverebbe la violenza estrema degli Israeliti.

Il professore francese parla anche della possibile guerra contro l'Iraq, e della perplessità di fronte ad essa, di fronte alla debolezza di certi argomenti pacifisti, di fronte alla stranezza della situazione mediorientale. L'Arabia Saudita, ad esempio. E' l'unico paese al mondo nel cui nome compare il nome della famiglia governante; eppure, secondo gli Stati Uniti, si tratta di un paese assolutamente moderato. E non è l'unico punto di incertezza intorno all'America: questa, da sola, vorrebbe ricostruire il Medio Oriente, per di più con i suoi mezzi, investendo una possibile guerra di ragioni morali che invece non devono essere tali. Se delle ragioni ci sono, infatti, queste non sono morali. C'è di mezzo un popolo, ad esempio; e le manifestazioni a favore del popolo iracheno, e dunque contro la guerra, secondo Finkielkraut non tengono conto del fatto che proprio non fare la guerra significherebbe abbandonare a se stesso questo popolo. Ed è proprio su questo tema che il professore fa la sua dichiarazione di pessimismo. Per quanto riguarda la guerra, esso si traduce in un "no alla guerra, ma con la morte nel cuore".

Ma più in generale, uno sguardo pessimistico nei confronti della realtà storica sembrerebbe essere l'unica possibilità nei confronti dell'avanzare dell'ideologia. Eppure, poco prima Finkielkraut aveva risposto in modo diverso ad una domanda che chiedeva se una speranza è ancora possibile, e qual è il luogo della speranza. Aveva ripreso la categoria dell'avvenimento, che è per eccellenza il luogo in cui la realtà sfugge al controllo dell'uomo. Viviamo in un mondo - diceva - dove l'uomo ha il desiderio di dominare la realtà, in un certo senso di produrla lui stesso, per poterla meglio controllare.

Con un implicito accenno alla visione hegeliana della realtà, reale e razionale vengono così a coincidere. Tutto ciò che avviene, e in quanto tale è dato, viene sempre più messo ai margini, per far spazio a ciò che invece è prodotto. La tecnologia, anche nella sua versione biologica, è permeata da questo spirito. Al contrario è proprio nell'avvenimento che va riposta la nostra speranza, in quello che ci è dato; in quello che, indipendentemente da noi, è dato a noi. Hannah Arendt usava come paradigma della gratuità nel darsi della realtà la figura della nascita.

La nascita è il paradigma ontologico dell'evento: "Un bambino è nato per noi"! Una nascita è un miracolo, e il miracolo è ciò che può vincere sull'utopia. E' sempre Finkielkraut che parla, ma la passione di queste parole sembra trapassare il suo "metodo" pessimistico, tante volte professato. Di fatto, il suo lavoro non è solo un lavoro di critica, di critica dell'ideologia e dell'utopia.

Altrimenti sarebbe fine a se stesso. Invece, attraverso questa critica, si percepisce che il suo desiderio è quello di costruire qualcosa, una cultura nuova, che arrivi a quel punto della ragione in cui, se è vero che la realtà ci viene in contro con gratuità, l'ultima parola di fronte alla vicenda umana può essere solo…gratitudine.